Autore: Alberto A. Sobrero
Affianco delle “Lingue Settoriali” (1)bisogna anche considerare i gerghi. Un gergo è identificato da tre caratteristiche fondamentali: 1) è una lingua di gruppo, 2) è convenzionale, 3) e può rendere non trasparente la conversazione agli estranei. La sua funzione essenziale però non è linguistica ma sociale: serve a segnalare e a rafforzare la coesione tra i membri del gruppo che lo parla. In base a queste caratteristiche si distinguono due tipi di gerghi:
b) i gerghi di scuola e di caserma.
La vita errabonda portava a contatto ambulanti e vagabondi, sicché i loro gerghi ben
presto si contaminarono, e oggi hanno molti punti in comune. Le testimonianze attuali di veri e propi gerghi di mestiere sono molto ridotte; sono più ricche quelle dei gerghi della malavita (i più vitali sono i gerghi dei carcerati, dei mafiosi e dei camorristi). Il gergo non ha struttura linguistica autonoma, ma parassitaria: utilizza la fonetica, la morfologia e la sintassi, cioè le strutture fondamentali della lingua o del dialetto presso il quale si origina. 1.1 Gerghi di malavita e di mestiere. Il patrimonio lessicale è limitato (l’inventario più rico che si conosca è quello dei “bassifondi palermitani” -in pratica della mafia- raccolto nel 1930 dal Calvaruso, che conta circa 1500 voci) e riguarda pochi concetti relativi alla vita di tutti i giorni e all’esperienza specifica: di lavoro, di vagabondaggio. È costituito da questi strati: a) parole della lingua (o dialetto) di base, modificate; b) parole tramandate da gerghi più antichi; c) parole acquisite da altri gerghi o altri dialetti; d) parole acquisite da lingue straniere: in particolare tedesco, francese, zingaresco, ebraico. a) deformazioni sistematiche del significante: metatesi ( presto, stopre); aggiunta di suffissi (caffè, cafogni; carta, cartogni); troncature (bernarda, berna, per “notte”); aferesi (2)(lumìn per “lume a olio”). b) Spostamenti di significato: metafora (bianchina per “neve”; bruna per “notte”); sineddoche (bacchetto: “manico per coltello”); metonimia (spavento per “leone”: l’effetto per la causa); moltiplicazione di sinonimie; personificazioni; onomatopee. c) Uso di perifrasi o locuzioni formate da voci gergali: mis di moncia per “latte” (letteralmente “acqua di mucca”, detto con parole di gergo); ortu butanicu per “prigione”. ha una conseguenza importante: fra gergo e gergo avvengono numerosi scambi, e così la stessa parola si può trovare in gerghi di mestieri diversi, rilevati in località anche lontanissime tra loro. Ad esempio il tipo cripa per “sale” ricorre tanto nel gergo degli stagnini di tramonti (Friuli) quanto in quello dei calderai di Isili (Sardegna), dei ramai di Monsampolo (Marche) e dei calderai di Dipignano (Calabria). 1.2. Gerghi di scuola e di caserma. Sono più vitali dei gerghi di mestiere e di malavita. Hanno un carattere ludico (sono usati quasi esclusivamente in contesti scherzosi), e una finalità sociale sia di coesione all’interno del gruppo che di contraposizione rispetto all’esterno: cioè rispetto alle altri classi ,e le altre scuole, le altre armi, i “borghesi”. Presentano caratteristiche strutturali analoghe agli altri gerghi. Tra le specificità segnaliamo alcune differenze nella stratificazione lessicale, che nei gerghi di scuola e di caserma è costituita da: a) parole della lingua (o dialetto) di base: selezionate nei registri più colloquiali, informali, scherzosi. b) Parole tramandate dallo stesso gergo parlato dalla generazione (di studenti, o di militari) precedente. c) Neo-formazioni gergali (spesso effimere). frequenti, ma hanno anche -spesso- vita breve). Dal punto di vista linguistico sono più frequenti gli incroci fra i diversi strati del lessico; inoltre i processi di modificazione delle parole sono più complessi e sofisticati e colpiscono anche la fonetica e le componenti paralinguistiche (intonazione) ed extralinguistiche (cinesica e prossemica). Nei gerghi studenteschi e di caserma è possibile trovare quasi tutti tipi di spostamento di significato e di deformazione del significante, tutte le torsioni semantiche e i giochi di parole teoricamente possibili in una lingua storica naturale. Probabilmente queste caratteristiche vanno attribuite all’età dei parlanti, nel senso che questi gerghi possono essere considerati come una contro-varietà rituale (rispetto alla varietà adulta che a quel’età si sta apprendendo in modo compiuto), all’interno del “riti di passaggio” propi della fine dell’adolescenza. Insomma, l’ultimo gioco da ragazzi.- Tratto da Le lingue settoriali. Progetto Argentina. Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da G. Treccani. Roma, 1992.
(1) Usiamo l’etichetta generale Lingue Settoriali tecnico-scientifiche per designare un gruppo di lingue settoriali ampio e diversificato, che abbraccia i sottocodici delle aree tecniche e scientifiche: meccanica, astronautica, fisica, matematica, biologia, informatica, ecc., e delle rispettive sub-aree (ad esempio: medico-biologica, medico-farmaceutica, medico-legale, anatomo-patologica, ecc.).
Le esigenze della ricerca scientifica, che si basa sulla trasmissione delle osservazioni e delle teorie fra ricercatori anche in lingua diversa, impongono a questa lingua settoriale due requisiti fondamentali, che la differenziano dalle altre e ne determinano le caratteristiche linguistiche specifiche: la ricerca della massima comunicabilità e della massima traducibilità. Perciò la peculiarità di queste lingue settoriali risalta già dalla terminologia: non si parla di “parole” ma di termini; non di “lessico” ma di nomenclatura.
Un termine scientifico può significare una cosa e una cosa sola, diversamente dalle parole della lingua comune, che sono avvolte in una rete di connotazioni, metafore, metonimie, piccole e grandi modificazioni del significato di base. Questa caratteristica dei termini scientifici si chiama momosemia. La nomenclatura, secondo la definizione del Vocabolario della Lingua Italiana (Treccani) è il “complesso sistematico dei termini relativi a una determinata scienza o disciplina, ordinati e disposti secondo norme convenzionali, atte a evitare ogni possibile confusione tra i diversi oggetti della stessa disciplina”. Dunque i caratteri fondamentali di una nomenclatura sono: univocità, precisione, costanza semantica, inquadramento di ogni termine in un sistema di rapporti con gli altri termini della stessa nomenclatura, cioè con una serie lessicale che appartiene esclusivamente al vocabolario tecnico di cui fa parte.
(2)Aferesi: caduta di vocale o sillaba iniziale.
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