CENTO ANNI DI EMIGRAZIONE ITALIANA (1876-1976)

Di Fredo Olivero

Prima emigrammo noi, a milioni.

L’immigrazione estera cade in un tessuto (Italia) che ha sperimentato per cento anni

l’emigrazione. Solo nel periodo 1876 – 1976 sono stati 25.800.000 gli espatri di italiani, con tre

grandi periodi: l’emigrazione fino alla prima guerra mondiale (1876 – 1915), il periodo tra le due

guerre (1916 – 1945) ed il terzo dal 1946 al 1976, con punte annuali vicine ai 900.000 (1913), pari

al 2,4% della popolazione intera. Solo i 2/5 sono partiti dal sud e dalle isole, mentre i 3/5 dal centro

e dal nord.

Oggi i figli e nipoti di italiani nel mondo, di vario colore, sono 58.000.000 e di questi oltre

5.000.000 hanno passaporto italiano. Vi è dunque in terra non italiana una seconda Italia,

magari colorata, che è diventata risorsa positiva nel contesto di altri popoli.

1. I PROTAGONISTI

1.1 Come cambia nome l’emigrante italiano

Prima del 1876 non abbiamo dati sufficienti per definire l’emigrazione all’estero: certo già allora si

partiva via terra e via mare, dalle città e dalla campagna, dai porti italiani o da quelli francesi o del

nord Europa, con o senza passaporto.

Dal 1876 in poi emigranti sono considerati tutti coloro che "ottengono il passaporto pagando

una tassa" e dal 1914 "quelli che viaggiano in terza classe o equiparata e si recano in paesi al

di là dello Stretto di Gibilterra ed al di là del Canale di Suez" (quindi al di fuori dei paesi

europei).

Una nuova legge (n° 1075 del 1914) definirà emigrante "chi vuol procurarsi all’estero un lavoro

manuale" (comprenderà anche il continente europeo); vengono esclusi i commercianti ed i

professionisti.

Dal 1928 si inizia a contare come emigranti anche i "non lavoratori".

Dal 1947 l’ISTAT abbandona la dicitura: lavoratori-non lavoratori e definisce "emigranti" coloro

che si recano all’estero per motivo di lavoro o atto di chiamata o per ivi fissarvi la propria

residenza.

Molte sono le diversità di termini, ma nei fatti poco cambia.

1.2 Descrizione dei flussi.

Dal 1876 al 1976 sono espatriati dall’Italia 25.800.000 persone.

Il 54% parte prima del 1913; ed in questi primi 13 anni del secolo parte 1/3 del totale, con la punta

massima di 872.598 nel 1913 (24 %o dell’intera popolazione).

Tre sono i periodi: 1876-1915; 1916-1945; 1946-1976.

Il 52%, oltre 13,5 milioni, si fermò in Europa;

il 44%, circa 11,5 milioni, andò in America (6,5 al Nord, 5 al Sud);

il 2%, mezzo milione, in Africa;

l’1,5%, oltre 420.000, in Australia.

Degli emigranti in Europa, 7 milioni e mezzo si fermò nella UE: 4,3 milioni in Francia, 2,5 in

Germania, 530.000 in Belgio, poi Gran Bretagna. La Svizzera ha avuto quasi il 30%

dell’emigrazione europea: poco meno di 4 milioni. In America del Nord, 5,6 milioni sono stati

assorbiti dagli USA, il Sud ne ha accolti oltre 5 milioni: 3 in Argentina, 1,5 in Brasile, 400.000 in

Venezuela.

1.3 Quanti e da dove partirono:

oltre 10 milioni dal nord: dal nord-ovest (5 milioni) e dal nord-est (5 milioni); oltre 10 milioni dal

mezzogiorno e dalle isole e 5,5 dal centro.

In assoluto il maggior numero di emigranti partì dal Veneto (3 milioni), dalla Campania (2,7

milioni), dalla Lombardia (2,3 milioni), dal Piemonte e dal Friuli (2,2 milioni) dalla Calabria (circa

2 milioni).

I maschi furono 19,5 milioni (75,5%), le femmine il 24,5% (6,3 milioni). Solo nel 1917 furono

più donne che uomini ad espatriare. L’80% era in età lavorativa ed il 35% veniva dall’agricoltura.

2. Esaminiamo i singoli periodi:

2.1 Primo periodo: 1876-1914

Sono 14.027.100 gli emigranti, con una media di 350.677 persone l’anno.

Dal 1876 al 1885 sono 1.314.670 gli espatriati, nel decennio successivo (1886-1896) sono

2.391.030, salgono nel decennio 1896-1905 a 4.322.400 per raggiungere nel periodo 1906-1915 le

5.999.450 unità. I numeri danno la sensazione dello svuotamento del Paese!

Si dirigono in Europa (Paesi UE come Francia, Germania, Belgio, Inghilterra e Svizzera)

6.137.250, 4.305.450 vanno in USA e Canada, 3.317.170 in Argentina, Brasile e Venezuela,

237.966 in Africa, poche migliaia in Asia ed Oceania.

A fornire gli elementi sono soprattutto quattro regioni del nord (Veneto 13%, Piemonte 11%,

Lombardia 9,5% e Friuli 10%), ma anche l’Emilia, la Campania (10,5%), la Sicilia (9,5%) e la

Calabria.

Dividendo il fenomeno in due fasi: 1876-1900, ed i primi 14 anni del secolo (1901-1914)

emergono altri dati interessanti.

Prima fase: 1876-1900

L’espatrio è inferiore: 210.000 unità all’anno, in tutto 5.257.830 unità. Il tasso di emigrazione passa

dal 3,8% al 10,6%! Il 48,5% resta in Europa, il resto va in America; 30% al nord, 70% al sud

(Brasile, Argentina).

Le regioni che danno maggior contributo sono Veneto (18%), Friuli (in pratica Udine, 16%),

Piemonte (13,5%), Lombardia e Campania (10%).

Osservazioni:

- il dominio assoluto è del nord, con inizio di crescita al sud (Campania).

- La crescita è rapida e scopre gli sbocchi oltreoceano (in particolare l’America Latina).

- Hanno notevole importanza le professioni agricole che trascinano con sé espatri femminili.

Sono vere e proprie transumanze di aree deboli.

- L’andamento è molto variabile di anno in anno.

- Da sole 2 regioni: Veneto e Friuli danno 1/3 di tutti gli emigranti.

Seconda fase: 1901-1915

I dati ci dicono che siamo alla "fuga di massa", con percentuali notevolissime negli anni vicini alla

prima guerra mondiale. Ci sarà poi uno stop durante la guerra e riprenderà nel 1920.

Quanti sono.

Sono 8.769.680 e 3.593.280 vanno in Europa, Svizzera compresa (la Svizzera è al 1° posto seguita

da Francia, Germania ed Austria con 700.000!), 3.520.350in America del Nord, 1.487.090in Sud

America, 146.920 in Africa e poche migliaia in Asia ed Oceania. Sono attivi (cioè lavorano) l’85%

degli emigranti, ma calano le professioni agricole.

Da dove.

Balzano in testa tra le regioni di partenza la Sicilia e la Campania (solo ora è il sud in forte crescita).

Restano elevate le 4 regioni del nord (Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli); al centro sono in testa

Abruzzo, Emilia e Toscana.

Ora inizia la fase decrescente dell’emigrazione.

2.2 Il secondo periodo, tra le 2 guerre (1916-1945).

È caratterizzato da una ripresa di breve durata dopo la guerra, che si contrae nel periodo fascista sia

in Europa che in America.

I dati

Sono 4.355.240 gli emigranti: il 51% verso l’Europa, il 44% verso l’America. Si passa da punte

di circa 600.000 nel 1920 a meno di 50.000 unità nel 1936-1940.

Si inizia con un forte incremento verso le Americhe (3/5 del totale), prima gli USA, poi in sud

America (Argentina) anche a causa delle restrizioni legali varate in USA.

Restano queste due le uniche destinazioni extraeuropee di rilievo.

La Francia, in Europa, assorbe oltre 1,5 milioni di emigranti tra il 1916 ed il 1942, un terzo del

globale.

Le cifre ufficiali non contano gli espatri in Germania dal 1938 al 1941 in base ad accordi

speciali: si tratta però di 409.402 persone.

È molto elevata l’incidenza femminile: rispetto ai maschi sono tra il 63% ed il 77,5%. Sono meno

le forze attive, molte le migrazioni familiari.

Le caratteristiche:

- Dopo una prima impennata (1919-1920), si arriva a meno di 100.000 unità negli anni

dopo il 1930, concentrate in 3 paesi: USA, Argentina e Francia.

- Le regioni che danno maggior contributo sono il Piemonte e la Lombardia (sopra il

10%), il Veneto, il Friuli e la Campania (tra il 7 ed il 10%).

2.3 Il terzo periodo (1946-1976): i 30 anni del dopoguerra.

- Le cifre condensano i dati essenziali: 7.447.330 gli espatri, di cui 5.109.860 verso l’Europa,

929.279 verso gli USA, 944.518 verso il sud America (Argentina, Venezuela, Brasile), 360.708

verso l’Oceania e 100.000 in Africa ed Asia. L’anno di punta degli espatri è il 1961.

- La presenza femminile è tra il 37% del 1946 ed il 21,5% del 1965.

- Gli attivi sul totale sono compresi tra l’85% ed il 67,5%.

- Le professioni agricole scendono dal 20 al 9% negli ultimi 5 anni.

Dividiamo in due fasi: 1946-1961 e 1962-1976.

Prima fase: 1946-1961

- Toccano tra il 5 ed il 7 %o della popolazione. In tutto sono 4.452.200: l’Europa ne raccoglie il

61,5%: 2.735.170 unità (1° paese la Svizzera con 1.200.170, poi la Francia con 833.719 ed il

Benelux 291.427); l’America 1.423.770 di cui 486.551 l’Argentina, mentre Canada ed USA si

eguagliano: poco oltre le 250.000 unità ciascuno; l’Oceania ne raccoglie 233.717.

- Si pareggiano nord e sud con in testa Veneto, Calabria, Sicilia, Campania, Lombardia, Friuli,

Abruzzo.

- Solo dal 1958 è possibile seguire il movimento migratorio per età e sesso nella zona di

provenienza geografica.

Emergono dati interessanti:

negli espatrii su 1.541.000 unità nei paesi europei, solo 37.000 (2%) hanno meno di 14 anni,

936.000 (61%) hanno tra i 14 e 29 anni. Nei paesi europei sono 83.000 (21%) su 397.000 ha

meno di 13 anni, il 58% ha i 14 e 29 anni.

Seconda fase: 1961-1976

Gli emigranti sono meno di 3 milioni (2.995.130), mentre i rimpatri raggiungono i 2.405.820. Si

chiude il ciclo secolare dell’emigrazione che passa dal 24%o del 1913 al 3%o del 1971, ma il

fenomeno con diverse caratteristiche (temporaneo, professionale, ecc.) continua con un numero che

si attesta intorno alle 100.000 unità annue.

3 Quanti tornano.

I dati ufficiali non coprono tutti i periodi, ma solo dal 1905 per l’oltreoceano e dal 1921 per

l’Europa.

Sono rientrati dal 1905 al 1976 globalmente otto milioni e mezzo, circa uno su tre degli italiani

partiti. Dal 1973 è iniziato il ciclo inverso: su 100 partenze ci sono oltre 100 rientri.

3.1 Dal 1905 al 1915

Sono i primi dati disponibili certi. Rientrano dall’America 1.964.630 emigranti, di cui 1.308.850

dagli USA (66,5%) e 469.770 dall’Argentina.

- La punta più alta di rimpatrii è nel 1908: 280.000! è soprattutto al sud che si rientra dagli USA,

dove Campania, Sicilia, Calabria, Puglia sono in maggioranza. Il Nord non tocca il 10%

(Piemonte, Veneto).

3.2 Dal 1916 al 1942

I rimpatri del periodo 1916-1942, documentati (fino al 1921 non ci sono dati sull’Europa) sono

2.267.810. 1.159.210 dall’Europa, 1.108.630 dall’America (63,5% USA, 36,5% sud America, la

quasi totalità dall'Argentina). È il Piemonte ad assorbire il 12% (533.085 unità) seguito da

Lombardia, Sicilia, Veneto e Campania, poi Friuli, Toscana, Calabria.

3.3 Dal 1942 al 1961

Sono quasi 2 milioni, 1.913.760 unità, ¾ dall’Europa che ha un tasso di rotazione crescente: 54

rientri su 100 partenze, ma raggiunge il 73% in Svizzera.

3.4 Dal 1962 al 1976

Poco meno di 2 milioni e mezzo: l’89% rientra dall’Europa con tassi di rotazione oltre il 90%. Per

l’Africa i rimpatri sono il doppio delle partenze.

È in atto un rimpatrio di famiglie: infatti la classe di età 14-29 anni è quasi al 99%, e sotto i 14 anni

al 64%. Dai paesi extraeuropei rientrano moltissimi pensionati.

Il 1975 ha segnato il tasso più elevato di rimpatrii: 132 contro 100 partenze. È cambiato il ciclo

migratorio. Se poi valutiamo per regioni: sono il nord est e il centro a rientrare al 120%, mentre il

sud resta sull’80%.

3.5 I rimpatrii per fasce di età (1958-1972).

Rispetto agli espatri, vi è una leggera contrazione della fascia più giovane (14-29 anni) a favore

degli adulti (30-49 anni): sono più i giovani sia ad espatriare che a rientrare, ma sono anche molto

di più i minori di 13 anni che rientrano con le famiglie dai paesi non europei (circa ¼ del totale).

Il rientro delle donne è più consistente degli espatrii in tutte le classi di età.

4 Per riflettere

- Il fenomeno migratorio italiano ha avuto dimensioni strutturali per 100 anni ed è stata la

modalità con cui l’Italia ha tentato di risolvere i problemi della povertà, della disoccupazione e

del ritardo nello sviluppo economico, della crescita demografica.

- La consistenza è stata elevatissima: con medie annuali sino a 900.000 e tassi percentuali fino al

2,4% annuo.

- Il tessuto italiano strutturale, sociale, culturale è stato e resta segnato per generazioni da

partenze e rientri, che dal 1976 superano le partenze. L’attuale immigrazione straniera rispetto a

quella italiana ha dimensioni inferiori di 10 volte!

- Leggere l’Italia e ignorare la nostra centenaria emigrazione all’estero ci porta ad ignorare aspetti

rilevanti della nostra vita sociale. Il fenomeno migratorio verso l’Italia può essere capito meglio

se non ignoriamo la nostra esperienza migratoria.

- Oggi continuiamo ad essere un paese diviso; un’Italia sul proprio territorio (57 milioni di

persone); un’Italia all’estero fatta di 58 milioni di "figli di italiani".