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La Coctelera

Categoría: Storia

Rapporto Italiani nel mondo 2006

Fondazione Migrantes

e Comitato Promotore (Acli, Inas-Cisl, Mcl e Missionari Scalabriniani)

Gli obiettivi del nuovo Rapporto

Nei rapporti tra il mondo occidentale e quello musulmano si è ripetuto spesso che dopo l’11 settembre 2001 niente sarà più come prima. Qualcosa di simile si può dire, dopo il voto di aprile 2006, sul rapporto tra gli italiani nel mondo e l’Italia, non solo perché i parlamentari eletti all’estero sono fondamentali per la tenuta del Governo e le decisioni da assumere sui connazionali all’estero, ma specialmente perché la loro elezione, supportata da una notevole partecipazione, è una via di non ritorno. La presenza di questi eletti servirà per inquadrare meglio gli italiani fuori d’Italia e servirà a superare i ritardi nei loro confronti, dovuti tra le altre cose a vuoti di conoscenza, superficialità d’analisi e mancanza di solidarietà.

La Migrantes, insieme alla Caritas, cura da anni un rapporto statistico sugli immigrati stranieri in Italia. Partendo dai dati, che favoriscono un approccio alla realtà meno carico di pregiudizi, è stato possibile favorire una conoscenza corretta del fenomeno. Confortati da questa esperienza, si è pensato ad un rapporto statistico anche sugli emigrati italiani, che ormai da un secolo e mezzo hanno dato l’avvio all’esodo più massiccio conosciuto in uno Stato moderno, con circa 28 milioni di espatri. Nel passato era il Ministero degli Affari Esteri a curare il rapporto annuale sulle Comunità italiane nel mondo, la cui ultima edizione è stata quella per gli anni 1985-1987, a conclusione di una serie iniziata venti anni prima. Nel frattempo molte cose sono cambiate e specialmente sono cambiati i numeri.

La Migrantes ha deciso di intraprendere questa avventura insieme ad alcune organizzazioni dell’area ecclesiale (Missionari Scalabriniani) o ad essa vicine (Acli, Inas-Cisl, Mcl), chiamandole a far parte del Comitato promotore, mantenendo nel contempo un grande spirito di apertura a tutte le organizzazioni sociali e alle strutture pubbliche interessate, perché solo un impegno corale consentirà di rimediare alle attuali lacune conoscitive e operative.

Il nuovo sussidio servirà a sconfiggere la zona d’ombra che persiste nel paese nei confronti “dell’altra Italia” e spingerà le numerose collettività all’estero a consolidare i rapporti con la loro terra. A quel punto le due Italie, quella di chi è rimasto in patria o vi è ritornato e quella di chi vive all’estero e dei propri discendenti, potranno meglio accordare i loro ritmi, diventando un’unica realtà, con notevoli benefici per tutti. Prezioso a tal fine sarà l’apporto della stampa italiana all’estero, nonostante le risorse limitate di cui dispone.

I contenuti del nuovo Rapporto

Il Rapporto si propone di affrontare i temi più importanti della nostra emigrazione: i flussi annuali, l’insediamento nei vari paesi esteri, le provenienze regionali, le problematiche assistenziali e previdenziali, il lavoro e la formazione professionale, i flussi di studenti e di ricercatori, la cultura e la lingua italiana nel mondo, le missioni cattoliche e vari altri aspetti specifici. A turno verrà dedicato un approfondimento ai paesi di insediamento degli italiani, a partire dalla Germania e dal Venezuela.

L’impostazione dei singoli capitoli si baserà sulla raccolta e sul commento dei dati statistici più recenti, per evidenziarne il significato e mettere a disposizione di tutti una base conoscitiva comune che possa essere condivisa al di là delle diverse estrazioni culturali, politiche e religiose, lasciando ai singoli lettori la libertà di tirare le proprie personali conclusioni.

La redazione del lavoro sarà coordinata dall’équipe del Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes, che segue fruttuosamente da oltre un quindicennio una metodologia di ricerca basata sui dati statistici. L’archivio fondamentale utilizzato è l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (Aire) del Ministero dell’Interno, contenente i dati di cittadini che hanno dichiarato

spontaneamente di risiedere all’estero per un periodo di tempo superiore ai dodici mesi o per i quali è stata accertata d’ufficio tale residenza. Ad esso si aggiungono altre fonti statistiche e le notizie di fonte consolare, senza la pretesa di essere esaustivi fin dall’inizio e coscienti che il rodaggio di una ricerca di così ampia portata può durare anni.

Potrà essere così raggiunto l’obiettivo fondamentale dell’iniziativa, che consiste nella fornitura di quei dati che sono da ritenersi indispensabili per calibrare le decisioni politico-amministrative e per attivare un fruttuoso percorso di sensibilizzazione, sia in Italia che all’estero.

Qualche dato statistico sulla prima emigrazione

Al Censimento del 1861 gli italiani che vivevano all’estero erano appena 230.000, di cui 100.000 in America e 77.000 nella sola Francia, ma erano destinati a crescere notevolmente negli anni successivi e a coinvolgere in maniera massiccia anche il Meridione, fino ad allora ai margini dell’esodo.

A emigrare furono inizialmente gli abitanti delle Regioni del Nord, a partire dal Piemonte e dalla Lombardia, che alimentarono quasi la metà dei flussi.

L’emigrazione lombarda nel periodo 1880-1920 si concentrò nel Nord America, più specificatamente nelle miniere di carbone al confine tra l’Alberta e la British Columbia e lungo la ferrovia che collegava Montreal a Vittoria. Si pensi che da Cuggiono (Milano) partirono per il porto di New York 1.700 persone in un’epoca in cui quel piccolo paese della provincia milanese contava appena 4.000 abitanti.

Seguirono ben presto anche gli emigranti del Meridione. Nel 2007 ricorrerà l’anniversario della “Marcinelle americana”: nel dicembre 1907 vi fu il crollo nella miniera di carbone di Monongah (West Virginia), in cui rimasero uccisi 171 minatori italiani su un totale di 361 vittime, in prevalenza provenienti da Abruzzo, Calabria, Molise e Campania.

A proposito di miniere, a molti anni di distanza e nello scenario europeo, si possono ricordare gli emigrati sardi che, dopo la chiusura delle miniere del Sulcis-Iglesiente, si sono trasferiti nella zona francofona del Borinage in Belgio, andando incontro ad una dura fatica ma fruendo altresì della possibilità di riscattarsi dalla miseria.

La prima migrazione italiana verso il Canada (1880-1920) fu legata alla costruzione della rete ferroviaria e alle opere di canalizzazione e si diresse in via quasi esclusiva verso l’area di Montreal, dove si costituì la prima Little Italy del paese.

I piemontesi, anch’essi tra i primi protagonisti dei flussi, si recavano nella vicina Savoia per esercitare il mestiere di carbonai.

Nell’area del Nord est il Veneto, oggi tra le prime Regioni per numero di immigrati stranieri, nel periodo 1876-1900 fece registrare da solo tre milioni di espatri, un numero di poco inferiore a quello riguardante Sicilia, Calabria e Campania messe insieme.

Anche il Friuli è stato una grande territorio di emigrazione: il paese Colonia Caroya fu creato nel 1878 nei pressi di Cordoba (Argentina) con l’insediamento di 120 famiglie friulane, provenienti da Udine e Pordenone. Oggi si contano 17.000 abitanti, di cui 15.000 di origine friulana.

Trent’anni dopo, nel Censimento del 1891, gli italiani in Europa erano già diventati 470.000, e la maggior parte di essi si trovava sempre in Francia. Intanto però questa nazione veniva eguagliata o superata da diversi paesi d’oltreoceano: 550.000 italiani in Brasile, 450.000 in Argentina e 300.000 negli Stati Uniti.

Nel 2006 è morta a Capitan Pastene, in Cile, Giuseppina Iubini di Pavullo nel Frignano (Modena), all’età di 101 anni, 100 dei quali trascorsi in Sud America, dove era arrivata con altri 372 italiani dopo una traversata di 38 giorni tra il 1904 e il 1905.

All’inizio del secolo ventesimo anche le Regioni del Centro, come l’Umbria e il Lazio, seguirono la sorte delle altre parti d’Italia e vennero coinvolte negli espatri al ritmo, rispettivamente, di 155.000 e 189.000 unità l’anno. La Toscana si inserì ancora prima in questi movimenti con l’estero e, tra il 1870 e il 1960, emigrarono dalla Regione un milione e 200 mila residenti, pari a un terzo dell’attuale popolazione.

Aspetti dell’emigrazione, dal dopoguerra ad oggi

Curiose sono le origini della nostra presenza in Sud Africa, dove durante la seconda guerra mondiale venne allestito dagli alleati uno dei più grandi campi di prigionia e vi vennero fatti confluire circa 100 mila soldati italiani, dei quali un quinto scelse, a guerra finita, di restare nel paese per costituire, così, il nucleo più consistente della locale collettività. Questo episodio presenta analogie con la presenza dei polacchi in Italia: 100.000 soldati polacchi fecero parte dell’armata al comando del generale Anders, distintasi nello sfondamento della linea gotica e nella liberazione della città di Bologna, restando in parte in Italia anche alla fine delle ostilità e dando così l’avvio all’insediamento di quel gruppo di immigrati nel nostro paese, che oggi conta 100 mila presenze.

Nel secondo dopoguerra il ritmo più alto di espatri si collocò negli anni ’50 con quasi 300.000 unità l’anno e il picco nel 1961 (387.000 espatri), mentre nel 1962 si raggiunsero 229.000 rimpatri, il livello più alto raggiunto nel dopoguerra. In questo periodo i flussi sono andati diventando in prevalenza meridionali e diretti verso l’Europa.

Il 1975 è stato l’anno dell’inversione di tendenza perché, a fronte di 93.000 espatriati, i rimpatriati furono 123.000, con un saldo migratorio positivo di 30.000 unità. Si colloca convenzionalmente in quell’anno l’inizio del fenomeno immigratorio in Italia, quando i soggiornanti erano appena 186.000, per andare poi raddoppiando ogni decennio e conoscere, negli anni a noi vicini, un andamento ancora più intenso, fino ad arrivare agli attuali 3 milioni.

I flussi degli italiani con l’estero continuano ancora oggi ma in maniera ridotta. Dai dati Istat sulle iscrizioni e cancellazioni anagrafiche risulta che dal 1996 al 2000 i rimpatri sono stati, in media, 31.000, mentre gli espatri 43.000. Ad essi si aggiungono i frontalieri italiani che si recano nella vicina Svizzera: 68.000 sul totale di 174.000, secondi in graduatoria solo ai francesi. Non bisogna poi dimenticare le migrazioni interne, che hanno avuto un così rilevante peso nello sviluppo del Nord Italia, arricchitosi di milioni di nuovi residenti meridionali. Anche queste migrazioni sono ridimensionate rispetto al passato. I flussi più elevati si registrarono nel 1962, con circa 2.200.000 trasferimenti dal Sud e dalle Isole. Dalla fine degli anni ’60 seguì un progressivo e netto ridimensionamento, che però non ha mai comportato un definitivo azzeramento dei flussi, per giunta in ripresa dalla metà degli anni ’90. Ancora oggi ogni anno sono circa 70.000 i laureati e i diplomati che trasferiscono la loro residenza al Nord per motivi di lavoro e di realizzazione professionale.

Secondo una recente indagine campionaria ben il 37,8% degli italiani (ma la percentuale è più alta tra i laureati e i diplomati, specialmente se maschi), ha dichiarato la disponibilità ad andare a vivere all’estero. Le destinazioni preferite sono la Spagna (14,2%), la Francia (12%) e l’Inghilterra (9%), la Svizzera (7,8%) e gli Stati Uniti d’America (7,3%) e, in misura minore, la Germania (3,7%), l’Austria (2,8%) e l’Australia (2,2%). La prima motivazione del possibile esodo è la ricerca di migliori opportunità occupazionali (25,7%). Si tratta di qualcosa di ben diverso dall’esodo di massa del passato, dettato da drammatiche situazioni di bisogno e realizzato da lavoratori con un livello basso di scolarizzazione, in condizioni delle quali in parte si è persa la memoria nell’Italia di oggi.

I cittadini italiani residenti all’estero nel 2006, dopo gli ulteriori controlli del Ministero dell’Interno, sono risultati 3.106.251, mentre nell’anno precedente erano 3 milioni e mezzo; ormai il loro numero è equivalente a quello dei cittadini stranieri in Italia. La ripartizione percentuale per continente è la seguente: Europa (60%), America (34,4)%, Oceania (3,6%), Africa (1,3%) e Asia (0,7%). Il Rapporto ritornerà con dovizia di particolari sull’insediamento nei principali paesi del mondo, si soffermerà sulle revisioni dell’archivio e tratterà in maniera esaustiva gli aspetti relativi a Regioni, Province e Comuni di partenza. Basti dire a proposito della cosiddetta “diaspora italiana”, che molti nel frattempo sono morti, altri sono rimpatriati e altri ancora sono rimasti sul posto, molti dei quali hanno perso la cittadinanza italiana e non compaiono nelle statistiche. Va perciò aggiunto che i discendenti degli italiani, con o senza cittadinanza, sono stimati dai 30 ai 60 milioni, con una concentrazione altissima in alcune nazioni a partire dall’Argentina e dal Brasile.

La dimensione associativa della presenza italiana all’estero

La storia dell’associazionismo, entrando nelle particolarità, porterebbe a rivivere con grande partecipazione quanto è stato fatto per superare l’isolamento e la debolezza dei singoli con la coesione e la mutualità. Nel circuito della conoscenza andrebbero inseriti anche gli eventi imperniati su piccoli numeri ma non per questo meno significativi: circa 80 cittadini italiani, ad esempio, su un totale di 300 famiglie rimaste bloccate in Albania quando nel 1944 si insediò il regime comunista, dopo aver riacquistato la cittadinanza italiana hanno aderito all’Associazione cittadini italiani e familiari rimpatriati.

La realtà associativa all’estero ha scritto pagine veramente belle e ha favorito il benessere esistenziale e la crescita culturale e sociale dei nostri connazionali. Sulle associazioni italiane all’estero sono fioriti numerosi studi storici ma, per quanto riguarda la realtà attuale, dobbiamo andare a ritroso fino al 2000, quando il Ministero degli Affari Esteri ne curò l’ultimo censimento. Si trattava di 7.656 aggregazioni con oltre due milioni di soci: 3.319 in Europa, 2.865 in America, 702 in Africa, 15 in Asia e 755 in Oceania. Prevaleva la Svizzera con 1.438 associazioni e seconda, ma molto distanziata, seguiva la Germania (645 associazioni).

Dopo la costituzione delle Regioni negli anni ‘70 è andato sempre più diffondendosi l’associazionismo regionale. Per limitarci a due esempi tra i tanti, ricordiamo che la Regione Emilia Romagna annovera 124 comunità di corregionali in 24 paesi del mondo e che sono centinaia i Fogolar furlans. É stata svolta un’opera veramente meritoria per far conoscere l’Italia ai discendenti degli italiani e all’occorrenza per farli venire a studiare in Italia, come anche numerose sono state le iniziative socioculturali promosse all’estero: purtroppo non è disponibile una raccolta organica dei dati relativi a queste iniziative. L’associazionismo regionale da un lato è riuscito a interpretare meglio le origini e le culture territoriali degli immigrati e dall’altro, come era inevitabile, ha visto insorgere diversi problemi per l’inquadramento di queste molteplici iniziative in un quadro d’insieme; l’affermazione di indirizzi condivisi consentirebbe di evitare la dispersione di forze in questa delicata fase di transizione dell’intera presenza all’estero in un mondo sempre più globalizzato.

In particolare, sia per quanto riguarda le associazioni a carattere nazionale che quelle a carattere regionale o provinciale, è indispensabile superare la diffusa lontananza tra le prime generazioni e le nuove e nuovissime generazioni, dando seguito con maggiore convinzione alle modifiche necessarie per rispondere ad esigenze così profondamente cambiate nel corso del tempo. Senz’altro la questione dei giovani è destinata a condizionare in maniera sempre più marcata nel futuro la presenza italiana all’estero: circa un sesto della presenza italiana all’estero è costituita da minori e un altro sesto da giovani tra il 18 e i 30 anni.

Grande risalto ha avuto nel dopoguerra l’associazionismo di servizio, ad esempio nel settore della formazione professionale e specialmente nell’ampio campo della tutela socioprevidenziale, in cui sono stati protagonisti gli istituti di patronato costituiti dai sindacati o da altre associazioni nazionali di lavoratori, che hanno riscosso un grande apprezzamento da parte dei loro assistiti.

Una particolare espressione dell’associazionismo sono le Missioni Cattoliche Italiane (MCI) che operano, in prevalenza in lingua italiana, per il benessere spirituale dei nostri connazionali. Nel mondo esistono 431 centri, parrocchie, missioni o altro che forniscono una cura pastorale anche in lingua italiana, dove sono impegnati 543 sacerdoti, 166 suore e 51 operatori laici. Anche la riflessione su questi aspetti porta a sottolineare il cambiamento di prospettive nei vari contesti nazionali che non sono più quelli del passato.

In stretta connessione con il discorso sull’associazionismo, attualmente si pone con estrema urgenza il problema della riforma del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, che è stato un fruttuoso laboratorio di idee e proposte e ora va raccordato con il mutato quadro politico che prevede una rappresentanza parlamentare direttamente eletta dai nostri emigrati.

Non tutti ricchi e famosi

É sbagliato pensare che, quando noi si emigrava in massa, gli italiani si comportavano sempre bene, erano accolti dappertutto con grande apertura e riuscivano agevolmente a “trovare l’America”, conseguendo con facilità una situazione di agiatezza. Dominic Pulera, giovane italoamericano del Winsconsin e autore del volume Visible Differences (Continuum, 2002) dedicato ai contributi dei diversi gruppi etnici negli Stati Uniti, riconosce che oggi si è più propensi ad apprezzare i valori che hanno modellato la vita dei nostri emigrati (il rispetto della famiglia, dell’amicizia e del lavoro) ma, nelle sue conferenze, tiene anche a sottolineare che nel passato l’atmosfera era ben diversa e spesso si rendeva necessario, per mimetizzarsi, americanizzare i nomi, magari facendo saltare la vocale finale, finendo talvolta per annullare la propria identità. Nella storia della nostra emigrazione vi è un pesante carico di umiliazioni, di fallimenti e anche di apporti negativi al paese di accoglienza, come la mafia negli Stati Uniti, senza parlare dei comportamenti devianti di minore entità propri delle persone che si trovano in grave stato di bisogno. Varrebbe la pena di conservare questo ricordo storico nell’attuale situazione in Italia, quando si tende a parlare con malanimo di tutti gli immigrati e si trasformano i loro gruppi nel capro espiatorio di turno, dai marocchini agli albanesi, dai romeni agli zingari.

Pensare ai migranti equivale a parlare di storie di povertà e di successo. Tra i discendenti dei migranti italiani, ad esempio, vi sono anche i cartoleros di Buenos Aires, quei poveri che, rovistando tra l’immondizia, cercano di mettere insieme dieci chili di carta che, venduti, fruttano due pesos (mezzo euro).

Anzi, le stesse storie di successo sono iniziate quasi sempre dalle condizioni più umili. Gli edicolanti delle strade di Rio de Janiero, ad esempio, sono quasi tutti italiani, calabresi in primo luogo, e l’edicola diventò l’emblema dell’italianità al punto che, quando durante l’ultima guerra mondiale si diede la caccia all’italiano, si iniziò con l’incendio delle edicole. Poi sono venute le posizioni di grande agio, che destano la più grande ammirazione.

É indubitabile però che, con il passare del tempo, gli italiani sono arrivati molto in alto. Basti pensare che in Argentina vi sono stati 10 presidenti della Repubblica di origine italiana e che è consistente l’elenco dei parlamentari e dei politici di origine italiana in tutto il mondo.

In Brasile sono di origine italiana molti tra i maggiori imprenditori del paese: tra di essi va citato Luiz Fernando Furlan, nel 2004 eletto uomo dell’anno e ora ministro, ma prima a capo della Sadia, la maggior industria del settore agroalimentare del paese, che esporta i suoi prodotti in 92 paesi del mondo. La famiglia Castellan, sbarcata da Caldogno (Tiene) nel 1875, possiede il maggiore mobilificio del Sud America, che nel 2006 ha aperto il 102° stabilimento a New York.

Vi sono altri aspetti non meno importanti, seppure non sotto l’aspetto economico. Amelia Pappalardo, nel volume a carattere storico Calabresi sovversivi nel mondo (Rubettino, 2005), ha studiato il ruolo svolto dai quadri politici e sindacali emigrati dal Meridione all’inizio del ‘900 per favorire la crescita del movimento operaio americano. Del resto bisogna ricordare che già alla fine dell’800, con una maggiore intensificazione nel periodo fascista, veniva incoraggiata la pratica del cosiddetto esilio volontario di coloro che erano considerati sovversivi, scambiando per sovversione anche la forte motivazione sociale.

Un nutrito elenco di problemi sociali

Sono 400 mila le pensioni in pagamento all’estero, delle quali un ottavo in regime autonomo e cioè in base ai soli contributi italiani, perché l’incompleta rete degli accordi bilaterali e delle convenzioni internazionali non ha consentito di assicurare una protezione completa. Per il 62% si tratta di pensioni di vecchiaia, per il 5% di invalidità e per il 33% di reversibilità.

Anche le pensioni attestano che gli emigrati italiani stanno diventando sempre più vecchi: già oggi un quinto della presenza all’estero è costituito da ultrasessantacinquenni. In Svizzera il flusso di rimpatri, specialmente di lavoratori arrivati al pensionamento, è di circa 10.000 persone l’anno. Altri preferiscono restare sul posto con i loro figli, i loro nipoti e pronipoti o, spesso, anche da soli: nella collettività italiana in Australia si calcola che gli anziani siano sui 100.000, con problemi molto grandi quando sono soli o malati e senza adeguate risorse.

Le innovazioni legislative nel settore socioprevidenziale, approvate a partire dagli anni ’90, hanno comportato diverse restrizioni per gli italiani all’estero: l’aumento dei requisiti per la concessione dell’integrazione al minimo (da 1 a 5 anni prima, e poi da 1 a 10 anni di lavoro in Italia), il divieto di esportabilità delle prestazioni non contributive, la mancata integrazione al minimo della pensione sulla quale calcolare la quota dovuta (la cosiddetta pensione virtuale).

Sono numerose le situazioni di bisogno segnalate ai Consolati: persone in età avanzata e a basso reddito, famiglie numerose in situazione precaria, malati che devono pagare la retta di degenza ospedaliera. Molto dipende dal sistema locale di assistenza e non dai pochi fondi di cui può disporre la rete consolare a fronte di necessità così diffuse. Senza andare molto lontano, basti ricordare che in Germania il tasso di disoccupazione degli italiani è del 18% e che i nostri connazionali sono quelli maggiormente coinvolti nei licenziamenti.

Indubbiamente, per gli emigrati anziani che non vivono in Europa, la sanità e la previdenza sono due aspetti di prioritaria importanza, e questo porta comparativamente a rivalutare le tradizioni europee imperniate sulla solidarietà sociale e quanto l’Italia è riuscita a fare per tutelare il diritto fondamentale della salute e i pensionati.

Negli Stati Uniti la sanità e le pensioni sono, invece, privatizzate attraverso il meccanismo delle assicurazioni e anche quando si trova un lavoro la concorrenza è spietata: molti neoimmigrati italiani, oltretutto, non riescono ad ottenere la green card neppure quando hanno conseguito alti livelli di professionalità, perché la concorrenza da tutti i paesi del mondo è agguerrita e spesso vincente.

Il sistema pensionistico brasiliano prevede solo una pensione minima (tra gli 80 e i 100 euro mensili), per giunta non concessa a tutti gli stranieri anche se regolarmente residenti, ivi compresi gli italiani, e il sistema sanitario pubblico presenta gravi lacune a differenza del costoso e per tanti aspetti irraggiungibile sistema privato.

In Venezuela circa l’80% degli interventi nel settore dell’assistenza sociale riguarda l’ambito sanitario e così si è proceduto alla definizione di un progetto di convenzione assicurativa collettiva per i cittadini indigenti.

I sette ospedali italiani operanti in Argentina dal 2004 si sono costituiti in “Alleanza degli ospedali italiani nel mondo” per abbattere i costi e riuscire ad essere più efficaci. Quando si pensa che le Regioni più grandi arrivano a spendere per i loro emigrati più di un milione di euro l’anno, è naturale l’auspicio di un loro maggior coordinamento destinato a favorire una maggiore efficacia.

In ogni modo, è vivamente sentito il bisogno di potenziamento della rete diplomatico-consolare italiana, che, pur essendo una delle più estese tra tutti i paesi occidentali, abbisogna di un consistente rafforzamento in sedi, personale e mezzi a disposizione.

Da diversi paesi dell’America Latina, e specialmente dall’Argentina, si riscontra un flusso di giovani di origine italiana che, dopo aver ottenuto la cittadinanza, si recano nell’Unione Europea, scegliendo però come meta privilegiata la Spagna. Questi flussi di ritorno, che ripetono il nostro esodo in senso inverso, andrebbero meglio inquadrati nelle loro notevoli virtualità per il sistema produttivo italiano.

L’imprenditoria degli italiani nel mondo

Secondo il Ministero per le Attività produttive sono 180.000 le imprese italiane che esportano i loro prodotti all’estero e, di queste, solo 850 hanno di più di 250 addetti.

Come risaputo, da molti anni il “Sistema Italia” perde punti nella graduatoria della competitività e questo in qualche modo rivela una internazionalizzazione a metà, che invece la valorizzazione di una presenza italiana così diffusa nel mondo potrebbe incrementare.

Perciò è stato auspicato che le realtà imprenditoriali che l’Italia promuove all’estero operino in più stretto contatto con gli imprenditori di origine italiana. Partendo dal basso, gli emigrati italiani sono riusciti a realizzare tanto e si impone un collegamento tra il prima e il dopo. Nella sessione dedicata all’internazionalizzazione dalla Seconda Conferenza permanente Stato-Regioni-Province Autonome-Cgie, tenutasi alla fine del 2005, lo stesso Consiglio Generale degli Italiani all’estero ha ricordato che le imprese dei connazionali all’estero sono 14.475 e impegnano 3.300.000 addetti per un fatturato di circa 200 milioni a impresa. Queste imprese sono di meno rispetto alle 23.000 associate ad Assocamerestero, perché le altre, pur essendo associate, sono promosse da cittadini del paese ospitante.

Un esempio significativo del dinamismo italiano sono le 2.500 gelaterie italiane in Germania, che costituiscono il 50% del totale delle gelaterie artigianali presenti sul territorio tedesco. In quel paese anche la ristorazione italiana è molto diffusa, promossa inizialmente non da professionisti del settore ma dagli stessi emigrati, spesso come secondo lavoro specialmente nel periodo d’oro negli anni ’60, complice l’attrazione del tutto nuova della cucina mediterranea. I tempi sono cambiati e ora questa imprenditoria dal basso è spesso in crisi per mancanza di nozioni organiche di gestione aziendale, disinteresse dei giovani a continuare quanto iniziato dai loro genitori e carenze di personale, per cui molte aziende stanno passando di mano: a Colonia, su 400 imprese di ristorazione italiana, neppure la metà appartiene più ad italiani.

Il Venezuela è un altro simpatico esempio da citare. Il paese è diventato il secondo al mondo, dopo l’Italia, per il maggior consumo di pasta pro capite e il nostro piatto ha sostituito la classica arepa di farina di mais, un tempo alimento nazionale. Anche la maggioranza dei calzaturifici venezuelani è in mano a persone di origine italiana. Il Venezuela è anche quel paese dove i sequestri colpiscono molti italiani, tant’è che il Ministero degli Affari Esteri ha pubblicato un manuale comportamentale ad uso dei cittadini italiani esposti al rischio di sequestro.

Imprenditorialità e italianità sono due termini che si possono coniugare fruttuosamente, con beneficio per le collettività all’estero e della stessa Italia, chiamata a superare i punti di impasse nel suo modello di sviluppo e la sua collocazione certo non brillante nella classifica della competitività (56° posto secondo il Word Competitvness Yearbook).

L’insegnamento dell’italiano e l’incontro tra le culture

È superfluo insistere sugli intrecci, con quelle locali, della lingua e della cultura italiana, di cui sono portatori i migranti.

In Argentina il 50% della popolazione è di origine italiana: il dialetto di Buenos Aires è il lunfardo, risultato dell’amalgama dei dialetti italiani con parole di origine araba e spagnola. Si legge in qualche libro, e forse la storia finisce per intrecciarsi con la leggenda, che lo stesso nome di Buenos Aires sia dovuto alla soddisfazione di un marinaio sardo che, sbarcato fortunosamente insieme all’equipaggio, ringraziò in tal modo la “Madonna di Bonaria” venerata in un famoso santuario di Cagliari.

Nelle scuole venezuelane la lingua italiana è materia curriculare, inserita nell’orario scolastico a seguito di una decisione governativa dell’agosto del 2000.

In Uruguay, dove il 40% dei 3.300.000 abitanti discende da italiani, la lingua italiana viene insegnata ai parlamentari dalla Società Dante Alighieri.

In Cile operano sei scuole italiane, rivolte a 4.000 alunni, che si sono associate in una Federazione al fine di ottimizzare i loro servizi ed essere in grado di omologarsi con il sistema educativo italiano. È la prima iniziativa del genere svolta in paesi di forte immigrazione.

In Brasile sarebbero 31 milioni i discendenti da famiglie italiane. Molto diffuso sul posto è il talian, una “lingua” nata dal mescolarsi dei vari dialetti settentrionali col portoghese.

Spostandoci in Africa, riscontriamo che l’italiano si insegna in 20 licei e 7 università del Marocco e, in forza della cooperazione attivata con l’università di Bologna nel 1991, sono stati formati 21 docenti marocchini di lingua italiana ed è stato avviato dal 2001 un Dipartimento di Italianistica presso l’Università Mohammed V di Rabat.

Nel 2005 è intervenuto un importante accordo per l’insegnamento della lingua italiana in 500 scuole degli Usa, facilitato dal fatto che molti sindaci statunitensi sono di origine italiana. L’italiano è entrato così a far parte delle lingue dell’Advanced Placement Program. Questo significa che gli studenti dell’ultimo anno di liceo che frequentano una classe di italiano, se decidono di iscriversi ad una facoltà universitaria in cui la lingua italiana è compresa tra gli insegnamenti universitari, possono ottenere significativi sconti tanto sul piano economico che su quello del carico di lavoro. Senz’altro, come attestato anche da questo recente accordo, negli Stati Uniti è aumentato l’interesse alla lingua e alla cultura italiana, non solo come lingua veicolare ma anche nel campo degli studi letterari, e sono 60.000 i ragazzi statunitensi che studiano l’italiano, di cui la metà nello Stato di New York e nel Connecticut.

Non sempre le cose vanno nel senso positivo: molti Laender della Germania, animati anche dall’intenzione di insistere maggiormente sull’integrazione in loco, sono intenzionati a chiudere o hanno già chiuso i corsi di lingua e cultura straniera finora gestiti in applicazione della direttiva Cee n. 46 del 25 luglio 1977. Sarà questo un duro colpo alla situazione dell’istruzione degli italiani n Germania, già severamente pregiudicata per quanto concerne la riuscita rispetto agli immigrati di altre nazionalità. Sarebbe comunque sbagliato vedere la situazione scolastica degli italiani in terra tedesca solo nei suoi aspetti negativi. La scuola italo-tedesca di Wolsfsburg, infatti, con i suoi 534 studenti, è un esempio ben riuscito delle iniziative interculturali rivolte a italiani, tedeschi e immigrati di altre nazionalità. Nel 2006 a Stoccarda, presso la scuola secondaria J.F. von Cotta, è stata introdotto (per la prima volta nel Paese) l’insegnamento della lingua italiana sotto il profilo commerciale, il cui titolo, riconosciuto anche in Italia, è funzionale alle esigenze del commercio e dell’industria.

Sempre per quanto riguarda invece l’incontro delle culture, si riscontra anche una sorta di effetto di ritorno: in Puglia, ad esempio, si possono trovare diverse piazze e scuole dedicate a Bolivar e altre dai nomi esotici facilmente riconducibili al Venezuela, e così anche in altre parti d’Italia. Uno scambio è avvenuto anche a livello profondo, e cioè di mentalità. Anziché sorprenderci quando nei sondaggi gli italiani mostrano un elevato tasso di europeismo, bisognerebbe pensare ai numerosi connazionali andati a lavorare in Europa nel dopoguerra e all’impatto esercitato su di loro dalla vita vissuta con gli altri cittadini degli Stati membri, senza dimenticare poi che i migranti italiani sono quelli che hanno goduto maggiormente dei benefici della libera circolazione della manodopera e dei relativi regolamenti per la sicurezza sociale dei migranti.

Per l’italianità necessario un maggiore impegno strutturale

Il personale degli Istituti Italiani di Cultura all’estero comprende 150 persone tra direttori e addetti: una persona e mezza per struttura, spesso con problemi finanziari anche per quanto riguarda le ristrutturazioni degli ambienti. Le difficoltà economiche sono un limite ricorrente e spesso mortificante della capacità progettuale. Nel 2005, solo dopo una chiusura di tre anni, l’Istituto Italiano di Cultura ha riaperto a Buenos Aires una biblioteca intitolata a Benedetto Croce con ben 36.000 volumi. A Lisbona nel 2006, dopo una pausa più lunga di ben 12 anni, si è riusciti a far rinascere la storica rivista Estudios Italianos em Portugal, pubblicata dal locale Istituto Italiano di Cultura.

Non mancano, comunque, le iniziative seppure con diversa intensità a seconda dei paesi di insediamento. A Berlino, a fine marzo 2006, presso i locali dell’Istituto Italiano di Cultura locale, è stata realizzata una versione itinerante della prima grande mostra sulla storia della lingua italiana (Dove il sì suona. Gli italiani e la loro lingua), già allestita con successo di pubblico a Firenze, Tirana e Zurigo. Si tratta di un impegno, da continuare, per presentare la lingua italiana come espressione di cultura che continua nella vita quotidiana, nei film, nelle radio, nella televisione, negli scambi.

Purtroppo è difficile conseguire un’affermazione significativa e far sì che l’italiano non rimanga solo una lingua di nicchia. Un’indagine condotta dall’Istituto Ipsos su un campione di 2.000 persone e pubblicata nell’Annuario della Società Dante Alighieri (Il mondo in Italiano. Analisi e tendenze sulla diffusione della lingua italiana, 2005), presenta come opere più significative dell’identità culturale italiana la Divina Commedia, i Promessi Sposi e il Libro Cuore, e come personaggi più rappresentativi Renzo e Lucia (43%), Pinocchio (25%), don Abbondio (24%), il Commissario Montalbano (24%) e Mattia Pascal (13%), secondo un’elencazione non da tutti condivisibile. Inoltre – e su questo c’è meno da discutere – gli intervistati ritengono che la lingua italiana non sia adeguatamente apprezzata all’estero (50%), che sia insufficiente l’impegno per la sua promozione e che sarebbe funzionale l’incremento degli scambi culturali tra studenti italiani e stranieri (42%). Riguardo a quest’ultimo aspetto è stato spesso ripetuto che l’Italia, rispetto ad altri paesi europei, faccia ancora poco per realizzare il diritto internazionale allo studio: infatti, sono presenti in Italia poco più di 30.000 universitari stranieri, in prevalenza comunitari, e l’afflusso annuale è solo di 5.000 nuovi studenti dall’estero.

Diversi tra gli inconvenienti lamentati vengono confermati anche in uno studio dell’Eurisko (2005) dove, a fronte di una crescente domanda di conoscenza della lingua e della cultura italiana, si riscontra che l’offerta non è organizzata in modo adeguato.

Sono in atto anche numerosi tentativi, imperniati sull’utilizzo delle nuove tecnologie, tra i quali citiamo il portale internet www.lombardinelmondo.org, realizzato nella Regione ma visitato da tutte le parti del mondo, e il programma Un ponte sull’oceano, realizzato da una stazione radiofonica di Partinico (Palermo) ma trasmesso anche dall’emittente statunitense Radio ICN (New York e altri tre Stati americani) con un seguito di circa 450.000 ascoltatori a puntata.

Anche se l’italiano è una lingua abbastanza studiata nel mondo, si impone la necessità di riformare legge 153 del 1971 sulla lingua e la cultura italiana all’estero, tenendo conto dei limiti riscontrati e delle nuove prospettive emerse, nella consapevolezza che investire maggiormente al riguardo significa promuovere il “Sistema Italia”: il conseguimento di questo obiettivo comporta anche un maggiore e più convinto collegamento con la presenza dei nostri emigrati all’estero, anch’essi espressione della nostra lingua e della nostra cultura.

Un’altra riforma urgente è quella di Rai international. Gli stessi giornalisti hanno minacciato (giugno 2006) di voler abbandonare la redazione per lo stato di totale abbandono in cui versa la testata, l’assenza di attenzione ai problemi più volte sollevati e la mancanza di proposte valide per potenziare l’informazione oltreoceano, per le quali bisogna prendere in considerazione anche le modalità tecniche di diffusione e la produzione di programmi culturalmente più efficaci, anche differenziandoli per aree geografiche.

Attivare un processo di sensibilizzazione

Il Rapporto Italiani nel Mondo 2006 è stato ideato per attivare un processo di sensibilizzazione, che impegni quanti sono rimasti in Italia ad arricchirsi attraverso una conoscenza diretta e veritiera della vita di quanti sono andati all’estero. La lunga permanenza all’estero ha portato i connazionali ad assimilare modelli molto avanzati di convivenza, che potrebbero tornare di grande utilità anche al funzionamento sociale e politico italiano, come peraltro hanno già sottolineato alcuni parlamentari italiani eletti nella circoscrizione estera.

A loro volta gli italiani all’estero e i paesi che li hanno accolti potranno conoscere di più l’Italia, il meglio del suo stile di vita e delle sue tradizioni, i progressi che ha fatto da quando era un paese di emigrazione povero fino a diventare uno dei paesi più industrializzati del mondo, per giunta con un grande fabbisogno di immigrati.

Quando si fa cenno all’emigrazione italiana nel mondo come ad una incommensurabile realtà, bisogna andare al di là delle parole ed entrare nel concreto delle cose. Ad esempio, alla luce delle 250 mila domande di riconoscimento della cittadinanza, che nel frattempo si sono accumulate, come va concepita la riforma della legge 91 del 1992?

Il Rapporto Italiani nel Mondo non pretende di essere la soluzione dei problemi, ma si propone solo come un sussidio conoscitivo per entrare nel merito delle questioni in maniera non superficiale e sulla base di dati attendibili.-


Giulietta Lanteri

Con tanta ricchezza di attivita’ non mancarono personaggi preminenti, che lasciarono segni nella storia argentina: tra questi ricordiamo Giulietta Lanteri e riproduciamo testualmente il commentario del “Correo Argentino” su un francobollo che fu emesso in suo onore il giorno 05.06.1999 con la denominazione “Mujeres Destacadas” (“Donne Preminenti”) .

“Arrivata dalla sua Italia natale all’eta’ di 6 anni, Giulietta Lanteri svolse un’intensa carriera basata nella sua solida formazione accademica, posta al servizio della salute fisica e mentale dei suoi simili, specialmente la donna per i quali diritti lotto’ inoltre senza posa.

Con una laurea in farmacia (La Plata, 1898) ed un’altra in medicina (Universita’ di Buenos Aires, 1906) la dottoressa Lanteri si specializzo’ in malattie psichiche, della donna e del bambino.

Al principio del secolo non ottiene l’approvazione del Collegio Medico di Buenos Aires per essere designata Docente, poiche’ non era argentina di nascita. L’unica maniera possibile era per messo del matrimonio. Nel 1919 Lanteri contrae matrimonio ed e’ argentina per adozione l’anno seguente.

Fu figura di primo piano nelle organizzazioni che lavorarono per la liberazione delle donna, fondando nel 1918 il “Partido Feminista Nacional”, con l’auspicio del quale si presento’ come candidata a deputata nelle elezioni legislative del 1920. Senza esito, inutile dirlo. Questa esperienza pioniera, in un paese la cui legge di voto segreto e obbligatorio era del 1912, vedra’ i suoi frutti nel 1947 con l’approvazione della legge 13010 sui diritti politici della donna.

Membro di importanti istituzioni femminili contrarie all’escluzione civica e sociale per la semplice ragione del sesso, credeva fermamente nella superiorità morale della donna. Il suo lavoro supero’ le difficolta’ e l’incomprensione di un’epoca non ancora preparata nel nostro paese, per accettare fatti e progressi che, trascorso quasi un secolo, appaiono incredibili alla luce dell’analisi storico.

Giulietta Lanteri de Renshaw mori’ in un incidente 25 di febbraio del 1932, vicino ai complimento dei 60 anni.

Una strada di Buenos Aires porta il suo nome in suo onore nell’area della Costanera Sud.

INMIGRAZIONE DATI GENERALI

CENTO ANNI DI EMIGRAZIONE ITALIANA (1876-1976)

Di Fredo Olivero

Prima emigrammo noi, a milioni.

L’immigrazione estera cade in un tessuto (Italia) che ha sperimentato per cento anni

l’emigrazione. Solo nel periodo 1876 – 1976 sono stati 25.800.000 gli espatri di italiani, con tre

grandi periodi: l’emigrazione fino alla prima guerra mondiale (1876 – 1915), il periodo tra le due

guerre (1916 – 1945) ed il terzo dal 1946 al 1976, con punte annuali vicine ai 900.000 (1913), pari

al 2,4% della popolazione intera. Solo i 2/5 sono partiti dal sud e dalle isole, mentre i 3/5 dal centro

e dal nord.

Oggi i figli e nipoti di italiani nel mondo, di vario colore, sono 58.000.000 e di questi oltre

5.000.000 hanno passaporto italiano. Vi è dunque in terra non italiana una seconda Italia,

magari colorata, che è diventata risorsa positiva nel contesto di altri popoli.

1. I PROTAGONISTI

1.1 Come cambia nome l’emigrante italiano

Prima del 1876 non abbiamo dati sufficienti per definire l’emigrazione all’estero: certo già allora si

partiva via terra e via mare, dalle città e dalla campagna, dai porti italiani o da quelli francesi o del

nord Europa, con o senza passaporto.

Dal 1876 in poi emigranti sono considerati tutti coloro che "ottengono il passaporto pagando

una tassa" e dal 1914 "quelli che viaggiano in terza classe o equiparata e si recano in paesi al

di là dello Stretto di Gibilterra ed al di là del Canale di Suez" (quindi al di fuori dei paesi

europei).

Una nuova legge (n° 1075 del 1914) definirà emigrante "chi vuol procurarsi all’estero un lavoro

manuale" (comprenderà anche il continente europeo); vengono esclusi i commercianti ed i

professionisti.

Dal 1928 si inizia a contare come emigranti anche i "non lavoratori".

Dal 1947 l’ISTAT abbandona la dicitura: lavoratori-non lavoratori e definisce "emigranti" coloro

che si recano all’estero per motivo di lavoro o atto di chiamata o per ivi fissarvi la propria

residenza.

Molte sono le diversità di termini, ma nei fatti poco cambia.

1.2 Descrizione dei flussi.

Dal 1876 al 1976 sono espatriati dall’Italia 25.800.000 persone.

Il 54% parte prima del 1913; ed in questi primi 13 anni del secolo parte 1/3 del totale, con la punta

massima di 872.598 nel 1913 (24 %o dell’intera popolazione).

Tre sono i periodi: 1876-1915; 1916-1945; 1946-1976.

Il 52%, oltre 13,5 milioni, si fermò in Europa;

il 44%, circa 11,5 milioni, andò in America (6,5 al Nord, 5 al Sud);

il 2%, mezzo milione, in Africa;

l’1,5%, oltre 420.000, in Australia.

Degli emigranti in Europa, 7 milioni e mezzo si fermò nella UE: 4,3 milioni in Francia, 2,5 in

Germania, 530.000 in Belgio, poi Gran Bretagna. La Svizzera ha avuto quasi il 30%

dell’emigrazione europea: poco meno di 4 milioni. In America del Nord, 5,6 milioni sono stati

assorbiti dagli USA, il Sud ne ha accolti oltre 5 milioni: 3 in Argentina, 1,5 in Brasile, 400.000 in

Venezuela.

1.3 Quanti e da dove partirono:

oltre 10 milioni dal nord: dal nord-ovest (5 milioni) e dal nord-est (5 milioni); oltre 10 milioni dal

mezzogiorno e dalle isole e 5,5 dal centro.

In assoluto il maggior numero di emigranti partì dal Veneto (3 milioni), dalla Campania (2,7

milioni), dalla Lombardia (2,3 milioni), dal Piemonte e dal Friuli (2,2 milioni) dalla Calabria (circa

2 milioni).

I maschi furono 19,5 milioni (75,5%), le femmine il 24,5% (6,3 milioni). Solo nel 1917 furono

più donne che uomini ad espatriare. L’80% era in età lavorativa ed il 35% veniva dall’agricoltura.

2. Esaminiamo i singoli periodi:

2.1 Primo periodo: 1876-1914

Sono 14.027.100 gli emigranti, con una media di 350.677 persone l’anno.

Dal 1876 al 1885 sono 1.314.670 gli espatriati, nel decennio successivo (1886-1896) sono

2.391.030, salgono nel decennio 1896-1905 a 4.322.400 per raggiungere nel periodo 1906-1915 le

5.999.450 unità. I numeri danno la sensazione dello svuotamento del Paese!

Si dirigono in Europa (Paesi UE come Francia, Germania, Belgio, Inghilterra e Svizzera)

6.137.250, 4.305.450 vanno in USA e Canada, 3.317.170 in Argentina, Brasile e Venezuela,

237.966 in Africa, poche migliaia in Asia ed Oceania.

A fornire gli elementi sono soprattutto quattro regioni del nord (Veneto 13%, Piemonte 11%,

Lombardia 9,5% e Friuli 10%), ma anche l’Emilia, la Campania (10,5%), la Sicilia (9,5%) e la

Calabria.

Dividendo il fenomeno in due fasi: 1876-1900, ed i primi 14 anni del secolo (1901-1914)

emergono altri dati interessanti.

Prima fase: 1876-1900

L’espatrio è inferiore: 210.000 unità all’anno, in tutto 5.257.830 unità. Il tasso di emigrazione passa

dal 3,8% al 10,6%! Il 48,5% resta in Europa, il resto va in America; 30% al nord, 70% al sud

(Brasile, Argentina).

Le regioni che danno maggior contributo sono Veneto (18%), Friuli (in pratica Udine, 16%),

Piemonte (13,5%), Lombardia e Campania (10%).

Osservazioni:

- il dominio assoluto è del nord, con inizio di crescita al sud (Campania).

- La crescita è rapida e scopre gli sbocchi oltreoceano (in particolare l’America Latina).

- Hanno notevole importanza le professioni agricole che trascinano con sé espatri femminili.

Sono vere e proprie transumanze di aree deboli.

- L’andamento è molto variabile di anno in anno.

- Da sole 2 regioni: Veneto e Friuli danno 1/3 di tutti gli emigranti.

Seconda fase: 1901-1915

I dati ci dicono che siamo alla "fuga di massa", con percentuali notevolissime negli anni vicini alla

prima guerra mondiale. Ci sarà poi uno stop durante la guerra e riprenderà nel 1920.

Quanti sono.

Sono 8.769.680 e 3.593.280 vanno in Europa, Svizzera compresa (la Svizzera è al 1° posto seguita

da Francia, Germania ed Austria con 700.000!), 3.520.350in America del Nord, 1.487.090in Sud

America, 146.920 in Africa e poche migliaia in Asia ed Oceania. Sono attivi (cioè lavorano) l’85%

degli emigranti, ma calano le professioni agricole.

Da dove.

Balzano in testa tra le regioni di partenza la Sicilia e la Campania (solo ora è il sud in forte crescita).

Restano elevate le 4 regioni del nord (Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli); al centro sono in testa

Abruzzo, Emilia e Toscana.

Ora inizia la fase decrescente dell’emigrazione.

2.2 Il secondo periodo, tra le 2 guerre (1916-1945).

È caratterizzato da una ripresa di breve durata dopo la guerra, che si contrae nel periodo fascista sia

in Europa che in America.

I dati

Sono 4.355.240 gli emigranti: il 51% verso l’Europa, il 44% verso l’America. Si passa da punte

di circa 600.000 nel 1920 a meno di 50.000 unità nel 1936-1940.

Si inizia con un forte incremento verso le Americhe (3/5 del totale), prima gli USA, poi in sud

America (Argentina) anche a causa delle restrizioni legali varate in USA.

Restano queste due le uniche destinazioni extraeuropee di rilievo.

La Francia, in Europa, assorbe oltre 1,5 milioni di emigranti tra il 1916 ed il 1942, un terzo del

globale.

Le cifre ufficiali non contano gli espatri in Germania dal 1938 al 1941 in base ad accordi

speciali: si tratta però di 409.402 persone.

È molto elevata l’incidenza femminile: rispetto ai maschi sono tra il 63% ed il 77,5%. Sono meno

le forze attive, molte le migrazioni familiari.

Le caratteristiche:

- Dopo una prima impennata (1919-1920), si arriva a meno di 100.000 unità negli anni

dopo il 1930, concentrate in 3 paesi: USA, Argentina e Francia.

- Le regioni che danno maggior contributo sono il Piemonte e la Lombardia (sopra il

10%), il Veneto, il Friuli e la Campania (tra il 7 ed il 10%).

2.3 Il terzo periodo (1946-1976): i 30 anni del dopoguerra.

- Le cifre condensano i dati essenziali: 7.447.330 gli espatri, di cui 5.109.860 verso l’Europa,

929.279 verso gli USA, 944.518 verso il sud America (Argentina, Venezuela, Brasile), 360.708

verso l’Oceania e 100.000 in Africa ed Asia. L’anno di punta degli espatri è il 1961.

- La presenza femminile è tra il 37% del 1946 ed il 21,5% del 1965.

- Gli attivi sul totale sono compresi tra l’85% ed il 67,5%.

- Le professioni agricole scendono dal 20 al 9% negli ultimi 5 anni.

Dividiamo in due fasi: 1946-1961 e 1962-1976.

Prima fase: 1946-1961

- Toccano tra il 5 ed il 7 %o della popolazione. In tutto sono 4.452.200: l’Europa ne raccoglie il

61,5%: 2.735.170 unità (1° paese la Svizzera con 1.200.170, poi la Francia con 833.719 ed il

Benelux 291.427); l’America 1.423.770 di cui 486.551 l’Argentina, mentre Canada ed USA si

eguagliano: poco oltre le 250.000 unità ciascuno; l’Oceania ne raccoglie 233.717.

- Si pareggiano nord e sud con in testa Veneto, Calabria, Sicilia, Campania, Lombardia, Friuli,

Abruzzo.

- Solo dal 1958 è possibile seguire il movimento migratorio per età e sesso nella zona di

provenienza geografica.

Emergono dati interessanti:

negli espatrii su 1.541.000 unità nei paesi europei, solo 37.000 (2%) hanno meno di 14 anni,

936.000 (61%) hanno tra i 14 e 29 anni. Nei paesi europei sono 83.000 (21%) su 397.000 ha

meno di 13 anni, il 58% ha i 14 e 29 anni.

Seconda fase: 1961-1976

Gli emigranti sono meno di 3 milioni (2.995.130), mentre i rimpatri raggiungono i 2.405.820. Si

chiude il ciclo secolare dell’emigrazione che passa dal 24%o del 1913 al 3%o del 1971, ma il

fenomeno con diverse caratteristiche (temporaneo, professionale, ecc.) continua con un numero che

si attesta intorno alle 100.000 unità annue.

3 Quanti tornano.

I dati ufficiali non coprono tutti i periodi, ma solo dal 1905 per l’oltreoceano e dal 1921 per

l’Europa.

Sono rientrati dal 1905 al 1976 globalmente otto milioni e mezzo, circa uno su tre degli italiani

partiti. Dal 1973 è iniziato il ciclo inverso: su 100 partenze ci sono oltre 100 rientri.

3.1 Dal 1905 al 1915

Sono i primi dati disponibili certi. Rientrano dall’America 1.964.630 emigranti, di cui 1.308.850

dagli USA (66,5%) e 469.770 dall’Argentina.

- La punta più alta di rimpatrii è nel 1908: 280.000! è soprattutto al sud che si rientra dagli USA,

dove Campania, Sicilia, Calabria, Puglia sono in maggioranza. Il Nord non tocca il 10%

(Piemonte, Veneto).

3.2 Dal 1916 al 1942

I rimpatri del periodo 1916-1942, documentati (fino al 1921 non ci sono dati sull’Europa) sono

2.267.810. 1.159.210 dall’Europa, 1.108.630 dall’America (63,5% USA, 36,5% sud America, la

quasi totalità dall'Argentina). È il Piemonte ad assorbire il 12% (533.085 unità) seguito da

Lombardia, Sicilia, Veneto e Campania, poi Friuli, Toscana, Calabria.

3.3 Dal 1942 al 1961

Sono quasi 2 milioni, 1.913.760 unità, ¾ dall’Europa che ha un tasso di rotazione crescente: 54

rientri su 100 partenze, ma raggiunge il 73% in Svizzera.

3.4 Dal 1962 al 1976

Poco meno di 2 milioni e mezzo: l’89% rientra dall’Europa con tassi di rotazione oltre il 90%. Per

l’Africa i rimpatri sono il doppio delle partenze.

È in atto un rimpatrio di famiglie: infatti la classe di età 14-29 anni è quasi al 99%, e sotto i 14 anni

al 64%. Dai paesi extraeuropei rientrano moltissimi pensionati.

Il 1975 ha segnato il tasso più elevato di rimpatrii: 132 contro 100 partenze. È cambiato il ciclo

migratorio. Se poi valutiamo per regioni: sono il nord est e il centro a rientrare al 120%, mentre il

sud resta sull’80%.

3.5 I rimpatrii per fasce di età (1958-1972).

Rispetto agli espatri, vi è una leggera contrazione della fascia più giovane (14-29 anni) a favore

degli adulti (30-49 anni): sono più i giovani sia ad espatriare che a rientrare, ma sono anche molto

di più i minori di 13 anni che rientrano con le famiglie dai paesi non europei (circa ¼ del totale).

Il rientro delle donne è più consistente degli espatrii in tutte le classi di età.

4 Per riflettere

- Il fenomeno migratorio italiano ha avuto dimensioni strutturali per 100 anni ed è stata la

modalità con cui l’Italia ha tentato di risolvere i problemi della povertà, della disoccupazione e

del ritardo nello sviluppo economico, della crescita demografica.

- La consistenza è stata elevatissima: con medie annuali sino a 900.000 e tassi percentuali fino al

2,4% annuo.

- Il tessuto italiano strutturale, sociale, culturale è stato e resta segnato per generazioni da

partenze e rientri, che dal 1976 superano le partenze. L’attuale immigrazione straniera rispetto a

quella italiana ha dimensioni inferiori di 10 volte!

- Leggere l’Italia e ignorare la nostra centenaria emigrazione all’estero ci porta ad ignorare aspetti

rilevanti della nostra vita sociale. Il fenomeno migratorio verso l’Italia può essere capito meglio

se non ignoriamo la nostra esperienza migratoria.

- Oggi continuiamo ad essere un paese diviso; un’Italia sul proprio territorio (57 milioni di

persone); un’Italia all’estero fatta di 58 milioni di "figli di italiani".

La nascita di una nazione

ALAIN ROUQUIÈ

LA NASCITA DI UNA NAZIO

“Polo Latino dell'America”, “Eldorado contemporaneo” tali sono, fra alcuni dei più moderni, i titoli ditirambici che i visitatori europei concedevano all'Argentina all'inizio del secolo. Quando il presidente Figueroa Alcorta ricevette l'infanta Isabel di Borbón per la splendida celebrazione del primo centenario dell'Indipendenza, in maggio di 1910, la vecchia colonia spagnola finalmente sembrò meritare il suo nome. In quell’epoca in Europa si diceva: “Ricco come un argentino”. All'opulenta élite sociale di quel nuovo “granaio del mondo”, era grato distribuire il loro tempo libero tra le rive del Río de la Plata e i margini del Sena, tra le vie del quartiere di Palermo a Buenos Aires e la passeggiata del Bois di Boulogne, non senza temere in realtà di essere confusa con i soliti sprecatori di richezze misteriose che abbondavano nella Parigi della belle èpoque. È per quella ragione che l'ottimismo dei dirigenti argentini non aveva limiti. Inebriati dagli encomi che distribuivano giornalisti e uomini di lettere, non tutti disinteressati riguardo alla Grande Repubblica del Plata, non immaginavano altro che un futuro di progresso indefinito a immagine e somiglianza della crescita prodigiosa dei trenta anni precedenti (1880-1910).

Comunque il territorio dell'Argentina attuale non fu sempre così ricco in promesse. L'espansione rapida che conobbe il paese all'inizio del secolo è di recente data. A causa della sua situazione geografica e delle speciali caratteristiche della conquista spagnola, in effetti le colonie del Río de la Plata non furono molto attraenti alla metropoli. Erano sprovviste di metalli preziozi e di importanti giacimenti minerali. Inoltre, eccezione fatta per le regioni del nordovest, da Cordoba fino a Salta, che erano sotto l'influsso economico del Viceregno del Alto Perù, questi possedimenti spagnoli erano quasi disabitati, se escludiamo alcune tribù nomadi e belligeranti di cultura primitiva. Isolati dalle grandi correnti economiche e commerciali dell'Impero spagnolo, questi territori sembravano quindi condannati a vegetare.

La marginalità del Río de la Plata fino alla fine del secolo XVIII e la sua partecipazione insignificante nel commercio estero dell'America coloniale era dovuto a due ragioni: da una parte, l'organizzazione tecnica del sistema commerciale spagnolo e, dall'altra parte, le politiche coloniali della corona.

L'apertura occasionale del regime coloniale e principalmente l'organizzazione a grande scala del contrabbando, con l'aiuto e la complicità degli interessi commerciali britannici, permisero comunque qualche crescita in Buenos Aires che comincia dal secolo XVIII. Porta di ingresso dei prodotti stranieri manufatturati e porto di esportazione per il cuoio e la carne salata, Buenos Aires divenne il nuovo polo di crescita del Viceregno del Río de la Plata che fu creato nel 1776.

Da questa breve evocazione storica viene fuori che il profitto delle colonie del Río de la Plata preoccupava molto poco la metropoli. La sottopopolazione del territorio argentino è la conseguenza diretta di questa negligenza. Secondo le migliori stime, la popolazione di Argentina appena superava il mezzo milione di abitanti in tempi della Rivoluzione di 1810. L'esistenza di immense estensioni disabitate spiega le caratteristiche singolari dell'Argentina moderna. Da ciò risulta anche il sentimento, di forte presa nella coscienza argentina, di appartenere a un paese nuovo senza tradizione coloniale né passato precolombino. Nonostante il fatto che le provincie del nordovest furono integrate pienamente con l'economia coloniale sudamericana, come principali fornitrici di stoffe, frutte, e bestie da carico del Alto Perù, e che Buenos Aires tutt’oggi ha quattro secoli di esistenza, l'Argentina moderna, fondata sulle terre vergini della pampa, ignora ufficialmente i componenti di un tempo coloniale povero in realizzazioni significative. La tavola rasa storica viene ad aggiungersi al vuoto geografico. Per questa ragione è che il carattere desertico e inesplorato dell'Argentina degli inizi del secolo XIX è stato il punto di partenza di tutti i progetti di trasformazione nazionale.

Così, Sarmiento ed Alberdi, i due fondatori intellettuali della “seconda Argentina” coincisero nel denunciare quella situazione e nel proporre soluzioni nelle loro opere principali. Sarmiento, nelle prime linee di Facundo, pubblicato nel 1845, scrive: “Il male che affligge alla Repubblica Argentina è l’estensione: il deserto la circonda dappertutto, le si insinua nelle viscere…”. Juan Bautista Alberdi gli fa eco nel suo libro Bases y puntos de partida para la organización política de la República Argentina, opera composta nel 1852: “Ma, qual’è la Costituzione che meglio conviene al deserto? Quella che serve a farlo scomparire (...) Poi questa dovrebbe essere la finalità politica, e non altra (…) Cosí in America governare è colonizzare”. La formula ebbe successo. I dirigenti politici si inspirarono nel progetto “civilizzatore” di questi ideologi dell'organizzazione nazionale. Loro aprirono il paese all'Europa della rivoluzione industriale. La grande disponibilità internazionale di uomini e di capitali così come la trasformazione del commercio internazionale costituì quindi una congiuntura estremamente favorevole. L'Argentina divenne una “nazione di immigranti” che gli economisti non dubitano a catalogare fra le regioni di recente sistemazione[1], insieme con Australia, Canada, e Nuova Zelanda. E chi si meraviglierebbe del fatto che Théodore Herzl, fondatore del Sionismo, si domandasse ancora nel 1897: “Palestina o l'Argentina?”, mentre cercava la terra più conveniente per creare uno Stato ebreo?

Il carattere massiccio dell'immigrazione europea ha dato all'Argentina contemporanea una propria fisionomia nell'arcobaleno etnico dell'America Latina. Alcuni hanno voluto anche vedere semplicemente in questo fenomeno “un annesso dell'Europa nell’emisfero meridionale”. Durante la sua visita a Buenos Aires nell'anno del centenario dell'Indipendenza, Georges Clemenceau, viaggiatore penetrante, identificò una nazione composta “da vecchi uomini trapiantati, schiacciati, come noi per il peso di una lunga storia”. Quella formula, ripresa attualmente da un antropologo brasiliano, oppone i “popoli nuovi” del continente, nati dall’ unione meticcia tra indiani ed europei, dai “popoli trapiantati” che discendenti dell'immigrazione, al vertice dei quali si trova l'Argentina.
Infatti l'Argentina non nacque con l'immigrazione, nonostante abbia sperimentato la più grande trasfusione di popolazione di tutti i paesi del mondo del secolo XIX. A proposito, la polemica non è ancora conclusa fra coloro che pretendono che l'Argentina autentica fu seppellita dalla marea immigratoria, e gli argentini che credono che il loro paese cominciò solamente ad esistere alla fine del secolo XIX, quando l’Argentina si integrò umana ed economicamente all'Europa. Ciononostante il flusso immigratorio non si stabilì in uno spazio aperto. Gli appena arrivati scoprirono un paese che possedeva una cultura, un'organizzazione politica, antiche strutture sociali e, principalmente, un gruppo dirigente imprenditore e sicuro di sé stesso che fece appello all'immigrazione per servire i loro propri interessi. I sociologi hanno studiato l'influsso decisivo della “società ricettiva” nell'assimilazione degli immigranti. Non smisero di indicare il carattere ibrido della nazione argentina. La giustapposizione di caratteristicheculturali creole e straniere costituirono la particolarità principale di questa “società in transizione”. Nel 1910 si sarebbe potuto dire, parafrasando a proposito il motto di Massimo D'Azeglio in riguardo all'unità italiana: “Ora l'Argentina è fatta, ma bisogna fare gli argentini”. Qualsiasi sia d’ogni modo il punto di vista, la mutazione sociale e culturale gigantesca che l'Argentina subì tra il 1860 ed il 1914 mise a luce una nazione nuova (…). -

Trato da Rouquiè, Alain, Poder militar y sociedad política en la Argentina.

Casa editrice Emecé. Buenos Aires, 1982. (Pagine 26-29)

Traduzione: Daniele Grilli




[1] “of recent settlement”, nell’originale (nota del traduttore).