GARAGE OLIMPO
Il bello e il giusto di questo film è di essere politicamente scorretto. Cioè di essere aggressivo ed eccessivo. Di proporsi come l’epigono de Rai movies degli anni Settanta e di non incamminarsi in spericolate ricerche drammaturgiche. Di prestarsi alla critica di essere vecchio nel riproporre con l’immediatezza della cronaca vicende ormai storiche. In Garage Olimpo la morte è ancora in diretta (anche se il luogo oggi non si chiama più Buenos Aires ma Pristina).
Bechis dice tutto quello che avremmo dovuto sapere e non sapevamo sulla dittatura argentina, e molto di quello che ancora non sapiamo. E sa scegliere con mira accorta i due protagonisti: la vittima, la ragazza borghese “impegnata nel sociale”, sintesi del melting pot argentino, e il carnefice, ottuso operaio della repressione, esempio dell’alienazione che corrode la manovalanza dei corpi separati. Maria, la protagonista, un giorno viene arrestata e portata nel Garage Olimpo, uno dei centri clandestini di tortura di Buenos Aires. Tra i suoi carnefici scopre un inquilino di sua madre, Felix, che vuole porla sotto la sua protezione e al quale la ragazza, intenzionata a sopravvivere, non può che dire di sì.
Garage Olimpo non getta uno sguardo profondo da questa fine degli anni Novanta sul decennio della dittatura militare dei Settanta. Ricorda i film di Costa Gavras senza averne i mezzi e l’articolazione drammaturgica. Ma riesce a raccontare con efficacia la degradazione umana dei protagonisti senza perdersi nelle divagazioni metaforiche o peggio metafisiche. Dimentica anche d’interrogarsi sulla rappresentazione di questa degradazione. Ma possiede piccole, infallibili, annotazioni cronachistiche: quei torturatori, ad esempio, che, entrando nel Garage Olimpo, timbrano il cartellino. Ottiene così il risultato di disturbare propio quando si vorrebbe dimenticare (e rimettere in libertà questo o quel generale assassino che isolati giudici hanno deciso di tormentare in vecchiaia).-