Fondazione Migrantes
e Comitato Promotore (Acli, Inas-Cisl, Mcl e Missionari Scalabriniani)
Nei rapporti tra il mondo occidentale e quello musulmano si è ripetuto spesso che dopo l’11 settembre 2001 niente sarà più come prima. Qualcosa di simile si può dire, dopo il voto di aprile 2006, sul rapporto tra gli italiani nel mondo e l’Italia, non solo perché i parlamentari eletti all’estero sono fondamentali per la tenuta del Governo e le decisioni da assumere sui connazionali all’estero, ma specialmente perché la loro elezione, supportata da una notevole partecipazione, è una via di non ritorno. La presenza di questi eletti servirà per inquadrare meglio gli italiani fuori d’Italia e servirà a superare i ritardi nei loro confronti, dovuti tra le altre cose a vuoti di conoscenza, superficialità d’analisi e mancanza di solidarietà.
Il nuovo sussidio servirà a sconfiggere la zona d’ombra che persiste nel paese nei confronti “dell’altra Italia” e spingerà le numerose collettività all’estero a consolidare i rapporti con la loro terra. A quel punto le due Italie, quella di chi è rimasto in patria o vi è ritornato e quella di chi vive all’estero e dei propri discendenti, potranno meglio accordare i loro ritmi, diventando un’unica realtà, con notevoli benefici per tutti. Prezioso a tal fine sarà l’apporto della stampa italiana all’estero, nonostante le risorse limitate di cui dispone.
I contenuti del nuovo Rapporto
Il Rapporto si propone di affrontare i temi più importanti della nostra emigrazione: i flussi annuali, l’insediamento nei vari paesi esteri, le provenienze regionali, le problematiche assistenziali e previdenziali, il lavoro e la formazione professionale, i flussi di studenti e di ricercatori, la cultura e la lingua italiana nel mondo, le missioni cattoliche e vari altri aspetti specifici. A turno verrà dedicato un approfondimento ai paesi di insediamento degli italiani, a partire dalla Germania e dal Venezuela.
L’impostazione dei singoli capitoli si baserà sulla raccolta e sul commento dei dati statistici più recenti, per evidenziarne il significato e mettere a disposizione di tutti una base conoscitiva comune che possa essere condivisa al di là delle diverse estrazioni culturali, politiche e religiose, lasciando ai singoli lettori la libertà di tirare le proprie personali conclusioni.
La redazione del lavoro sarà coordinata dall’équipe del
spontaneamente di risiedere all’estero per un periodo di tempo superiore ai dodici mesi o per i quali è stata accertata d’ufficio tale residenza. Ad esso si aggiungono altre fonti statistiche e le notizie di fonte consolare, senza la pretesa di essere esaustivi fin dall’inizio e coscienti che il rodaggio di una ricerca di così ampia portata può durare anni.
Potrà essere così raggiunto l’obiettivo fondamentale dell’iniziativa, che consiste nella fornitura di quei dati che sono da ritenersi indispensabili per calibrare le decisioni politico-amministrative e per attivare un fruttuoso percorso di sensibilizzazione, sia in Italia che all’estero.
Qualche dato statistico sulla prima emigrazione
Al Censimento del 1861 gli italiani che vivevano all’estero erano appena 230.000, di cui
A emigrare furono inizialmente gli abitanti delle Regioni del Nord, a partire dal Piemonte e dalla Lombardia, che alimentarono quasi la metà dei flussi.
L’emigrazione lombarda nel periodo 1880-1920 si concentrò nel Nord America, più specificatamente nelle miniere di carbone al confine tra l’Alberta e
Seguirono ben presto anche gli emigranti del Meridione. Nel 2007 ricorrerà l’anniversario della “Marcinelle americana”: nel dicembre 1907 vi fu il crollo nella miniera di carbone di Monongah (West Virginia), in cui rimasero uccisi 171 minatori italiani su un totale di 361 vittime, in prevalenza provenienti da Abruzzo, Calabria, Molise e Campania.
A proposito di miniere, a molti anni di distanza e nello scenario europeo, si possono ricordare gli emigrati sardi che, dopo la chiusura delle miniere del Sulcis-Iglesiente, si sono trasferiti nella zona francofona del Borinage in Belgio, andando incontro ad una dura fatica ma fruendo altresì della possibilità di riscattarsi dalla miseria.
La prima migrazione italiana verso il Canada (1880-1920) fu legata alla costruzione della rete ferroviaria e alle opere di canalizzazione e si diresse in via quasi esclusiva verso l’area di Montreal, dove si costituì
I piemontesi, anch’essi tra i primi protagonisti dei flussi, si recavano nella vicina Savoia per esercitare il mestiere di carbonai.
Nell’area del Nord est il Veneto, oggi tra le prime Regioni per numero di immigrati stranieri, nel periodo 1876-1900 fece registrare da solo tre milioni di espatri, un numero di poco inferiore a quello riguardante Sicilia, Calabria e Campania messe insieme.
Anche il Friuli è stato una grande territorio di emigrazione: il paese Colonia Caroya fu creato nel 1878 nei pressi di Cordoba (Argentina) con l’insediamento di 120 famiglie friulane, provenienti da Udine e Pordenone. Oggi si contano 17.000 abitanti, di cui 15.000 di origine friulana.
Trent’anni dopo, nel Censimento del 1891, gli italiani in Europa erano già diventati 470.000, e la maggior parte di essi si trovava sempre in Francia. Intanto però questa nazione veniva eguagliata o superata da diversi paesi d’oltreoceano: 550.000 italiani in Brasile,
Nel 2006 è morta a Capitan Pastene, in Cile, Giuseppina Iubini di Pavullo nel Frignano (Modena), all’età di 101 anni, 100 dei quali trascorsi in Sud America, dove era arrivata con altri 372 italiani dopo una traversata di 38 giorni tra il 1904 e il 1905.
All’inizio del secolo ventesimo anche le Regioni del Centro, come l’Umbria e il Lazio, seguirono la sorte delle altre parti d’Italia e vennero coinvolte negli espatri al ritmo, rispettivamente, di 155.000 e 189.000 unità l’anno.
Curiose sono le origini della nostra presenza in Sud Africa, dove durante la seconda guerra mondiale venne allestito dagli alleati uno dei più grandi campi di prigionia e vi vennero fatti confluire circa 100 mila soldati italiani, dei quali un quinto scelse, a guerra finita, di restare nel paese per costituire, così, il nucleo più consistente della locale collettività. Questo episodio presenta analogie con la presenza dei polacchi in Italia: 100.000 soldati polacchi fecero parte dell’armata al comando del generale Anders, distintasi nello sfondamento della linea gotica e nella liberazione della città di Bologna, restando in parte in Italia anche alla fine delle ostilità e dando così l’avvio all’insediamento di quel gruppo di immigrati nel nostro paese, che oggi conta 100 mila presenze.
Nel secondo dopoguerra il ritmo più alto di espatri si collocò negli anni ’50 con quasi 300.000 unità l’anno e il picco nel 1961 (387.000 espatri), mentre nel 1962 si raggiunsero 229.000 rimpatri, il livello più alto raggiunto nel dopoguerra. In questo periodo i flussi sono andati diventando in prevalenza meridionali e diretti verso l’Europa.
Il 1975 è stato l’anno dell’inversione di tendenza perché, a fronte di 93.000 espatriati, i rimpatriati furono 123.000, con un saldo migratorio positivo di 30.000 unità. Si colloca convenzionalmente in quell’anno l’inizio del fenomeno immigratorio in Italia, quando i soggiornanti erano appena 186.000, per andare poi raddoppiando ogni decennio e conoscere, negli anni a noi vicini, un andamento ancora più intenso, fino ad arrivare agli attuali 3 milioni.
I flussi degli italiani con l’estero continuano ancora oggi ma in maniera ridotta. Dai dati Istat sulle iscrizioni e cancellazioni anagrafiche risulta che dal 1996 al 2000 i rimpatri sono stati, in media, 31.000, mentre gli espatri 43.000. Ad essi si aggiungono i frontalieri italiani che si recano nella vicina Svizzera: 68.000 sul totale di 174.000, secondi in graduatoria solo ai francesi. Non bisogna poi dimenticare le migrazioni interne, che hanno avuto un così rilevante peso nello sviluppo del Nord Italia, arricchitosi di milioni di nuovi residenti meridionali. Anche queste migrazioni sono ridimensionate rispetto al passato. I flussi più elevati si registrarono nel 1962, con circa 2.200.000 trasferimenti dal Sud e dalle Isole. Dalla fine degli anni ’60 seguì un progressivo e netto ridimensionamento, che però non ha mai comportato un definitivo azzeramento dei flussi, per giunta in ripresa dalla metà degli anni ’90. Ancora oggi ogni anno sono circa 70.000 i laureati e i diplomati che trasferiscono la loro residenza al Nord per motivi di lavoro e di realizzazione professionale.
Secondo una recente indagine campionaria ben il 37,8% degli italiani (ma la percentuale è più alta tra i laureati e i diplomati, specialmente se maschi), ha dichiarato la disponibilità ad andare a vivere all’estero. Le destinazioni preferite sono
I cittadini italiani residenti all’estero nel 2006, dopo gli ulteriori controlli del Ministero dell’Interno, sono risultati 3.106.251, mentre nell’anno precedente erano 3 milioni e mezzo; ormai il loro numero è equivalente a quello dei cittadini stranieri in Italia. La ripartizione percentuale per continente è la seguente: Europa (60%), America (34,4)%, Oceania (3,6%), Africa (1,3%) e Asia (0,7%). Il Rapporto ritornerà con dovizia di particolari sull’insediamento nei principali paesi del mondo, si soffermerà sulle revisioni dell’archivio e tratterà in maniera esaustiva gli aspetti relativi a Regioni, Province e Comuni di partenza. Basti dire a proposito della cosiddetta “diaspora italiana”, che molti nel frattempo sono morti, altri sono rimpatriati e altri ancora sono rimasti sul posto, molti dei quali hanno perso la cittadinanza italiana e non compaiono nelle statistiche. Va perciò aggiunto che i discendenti degli italiani, con o senza cittadinanza, sono stimati dai 30 ai 60 milioni, con una concentrazione altissima in alcune nazioni a partire dall’Argentina e dal Brasile.
La dimensione associativa della presenza italiana all’estero
La storia dell’associazionismo, entrando nelle particolarità, porterebbe a rivivere con grande partecipazione quanto è stato fatto per superare l’isolamento e la debolezza dei singoli con la coesione e la mutualità. Nel circuito della conoscenza andrebbero inseriti anche gli eventi imperniati su piccoli numeri ma non per questo meno significativi: circa 80 cittadini italiani, ad esempio, su un totale di 300 famiglie rimaste bloccate in Albania quando nel 1944 si insediò il regime comunista, dopo aver riacquistato la cittadinanza italiana hanno aderito all’Associazione cittadini italiani e familiari rimpatriati.
La realtà associativa all’estero ha scritto pagine veramente belle e ha favorito il benessere esistenziale e la crescita culturale e sociale dei nostri connazionali. Sulle associazioni italiane all’estero sono fioriti numerosi studi storici ma, per quanto riguarda la realtà attuale, dobbiamo andare a ritroso fino al 2000, quando il Ministero degli Affari Esteri ne curò l’ultimo censimento. Si trattava di 7.656 aggregazioni con oltre due milioni di soci:
Dopo la costituzione delle Regioni negli anni ‘70 è andato sempre più diffondendosi l’associazionismo regionale. Per limitarci a due esempi tra i tanti, ricordiamo che
In particolare, sia per quanto riguarda le associazioni a carattere nazionale che quelle a carattere regionale o provinciale, è indispensabile superare la diffusa lontananza tra le prime generazioni e le nuove e nuovissime generazioni, dando seguito con maggiore convinzione alle modifiche necessarie per rispondere ad esigenze così profondamente cambiate nel corso del tempo. Senz’altro la questione dei giovani è destinata a condizionare in maniera sempre più marcata nel futuro la presenza italiana all’estero: circa un sesto della presenza italiana all’estero è costituita da minori e un altro sesto da giovani tra il 18 e i 30 anni.
Grande risalto ha avuto nel dopoguerra l’associazionismo di servizio, ad esempio nel settore della formazione professionale e specialmente nell’ampio campo della tutela socioprevidenziale, in cui sono stati protagonisti gli istituti di patronato costituiti dai sindacati o da altre associazioni nazionali di lavoratori, che hanno riscosso un grande apprezzamento da parte dei loro assistiti.
Una particolare espressione dell’associazionismo sono le Missioni Cattoliche Italiane (MCI) che operano, in prevalenza in lingua italiana, per il benessere spirituale dei nostri connazionali. Nel mondo esistono 431 centri, parrocchie, missioni o altro che forniscono una cura pastorale anche in lingua italiana, dove sono impegnati 543 sacerdoti, 166 suore e 51 operatori laici. Anche la riflessione su questi aspetti porta a sottolineare il cambiamento di prospettive nei vari contesti nazionali che non sono più quelli del passato.
In stretta connessione con il discorso sull’associazionismo, attualmente si pone con estrema urgenza il problema della riforma del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, che è stato un fruttuoso laboratorio di idee e proposte e ora va raccordato con il mutato quadro politico che prevede una rappresentanza parlamentare direttamente eletta dai nostri emigrati.
Non tutti ricchi e famosi
É sbagliato pensare che, quando noi si emigrava in massa, gli italiani si comportavano sempre bene, erano accolti dappertutto con grande apertura e riuscivano agevolmente a “trovare l’America”, conseguendo con facilità una situazione di agiatezza. Dominic Pulera, giovane italoamericano del Winsconsin e autore del volume Visible Differences (Continuum, 2002) dedicato ai contributi dei diversi gruppi etnici negli Stati Uniti, riconosce che oggi si è più propensi ad apprezzare i valori che hanno modellato la vita dei nostri emigrati (il rispetto della famiglia, dell’amicizia e del lavoro) ma, nelle sue conferenze, tiene anche a sottolineare che nel passato l’atmosfera era ben diversa e spesso si rendeva necessario, per mimetizzarsi, americanizzare i nomi, magari facendo saltare la vocale finale, finendo talvolta per annullare la propria identità. Nella storia della nostra emigrazione vi è un pesante carico di umiliazioni, di fallimenti e anche di apporti negativi al paese di accoglienza, come la mafia negli Stati Uniti, senza parlare dei comportamenti devianti di minore entità propri delle persone che si trovano in grave stato di bisogno. Varrebbe la pena di conservare questo ricordo storico nell’attuale situazione in Italia, quando si tende a parlare con malanimo di tutti gli immigrati e si trasformano i loro gruppi nel capro espiatorio di turno, dai marocchini agli albanesi, dai romeni agli zingari.
Pensare ai migranti equivale a parlare di storie di povertà e di successo. Tra i discendenti dei migranti italiani, ad esempio, vi sono anche i cartoleros di Buenos Aires, quei poveri che, rovistando tra l’immondizia, cercano di mettere insieme dieci chili di carta che, venduti, fruttano due pesos (mezzo euro).
Anzi, le stesse storie di successo sono iniziate quasi sempre dalle condizioni più umili. Gli edicolanti delle strade di Rio de Janiero, ad esempio, sono quasi tutti italiani, calabresi in primo luogo, e l’edicola diventò l’emblema dell’italianità al punto che, quando durante l’ultima guerra mondiale si diede la caccia all’italiano, si iniziò con l’incendio delle edicole. Poi sono venute le posizioni di grande agio, che destano la più grande ammirazione.
É indubitabile però che, con il passare del tempo, gli italiani sono arrivati molto in alto. Basti pensare che in Argentina vi sono stati 10 presidenti della Repubblica di origine italiana e che è consistente l’elenco dei parlamentari e dei politici di origine italiana in tutto il mondo.
In Brasile sono di origine italiana molti tra i maggiori imprenditori del paese: tra di essi va citato Luiz Fernando Furlan, nel 2004 eletto uomo dell’anno e ora ministro, ma prima a capo della Sadia, la maggior industria del settore agroalimentare del paese, che esporta i suoi prodotti in 92 paesi del mondo. La famiglia Castellan, sbarcata da Caldogno (Tiene) nel 1875, possiede il maggiore mobilificio del Sud America, che nel
Vi sono altri aspetti non meno importanti, seppure non sotto l’aspetto economico. Amelia Pappalardo, nel volume a carattere storico Calabresi sovversivi nel mondo (Rubettino, 2005), ha studiato il ruolo svolto dai quadri politici e sindacali emigrati dal Meridione all’inizio del ‘900 per favorire la crescita del movimento operaio americano. Del resto bisogna ricordare che già alla fine dell’800, con una maggiore intensificazione nel periodo fascista, veniva incoraggiata la pratica del cosiddetto esilio volontario di coloro che erano considerati sovversivi, scambiando per sovversione anche la forte motivazione sociale.
Un nutrito elenco di problemi sociali
Sono 400 mila le pensioni in pagamento all’estero, delle quali un ottavo in regime autonomo e cioè in base ai soli contributi italiani, perché l’incompleta rete degli accordi bilaterali e delle convenzioni internazionali non ha consentito di assicurare una protezione completa. Per il 62% si tratta di pensioni di vecchiaia, per il 5% di invalidità e per il 33% di reversibilità.
Anche le pensioni attestano che gli emigrati italiani stanno diventando sempre più vecchi: già oggi un quinto della presenza all’estero è costituito da ultrasessantacinquenni. In Svizzera il flusso di rimpatri, specialmente di lavoratori arrivati al pensionamento, è di circa 10.000 persone l’anno. Altri preferiscono restare sul posto con i loro figli, i loro nipoti e pronipoti o, spesso, anche da soli: nella collettività italiana in Australia si calcola che gli anziani siano sui 100.000, con problemi molto grandi quando sono soli o malati e senza adeguate risorse.
Le innovazioni legislative nel settore socioprevidenziale, approvate a partire dagli anni ’90, hanno comportato diverse restrizioni per gli italiani all’estero: l’aumento dei requisiti per la concessione dell’integrazione al minimo (da
Sono numerose le situazioni di bisogno segnalate ai Consolati: persone in età avanzata e a basso reddito, famiglie numerose in situazione precaria, malati che devono pagare la retta di degenza ospedaliera. Molto dipende dal sistema locale di assistenza e non dai pochi fondi di cui può disporre la rete consolare a fronte di necessità così diffuse. Senza andare molto lontano, basti ricordare che in Germania il tasso di disoccupazione degli italiani è del 18% e che i nostri connazionali sono quelli maggiormente coinvolti nei licenziamenti.
Indubbiamente, per gli emigrati anziani che non vivono in Europa, la sanità e la previdenza sono due aspetti di prioritaria importanza, e questo porta comparativamente a rivalutare le tradizioni europee imperniate sulla solidarietà sociale e quanto l’Italia è riuscita a fare per tutelare il diritto fondamentale della salute e i pensionati.
Negli Stati Uniti la sanità e le pensioni sono, invece, privatizzate attraverso il meccanismo delle assicurazioni e anche quando si trova un lavoro la concorrenza è spietata: molti neoimmigrati italiani, oltretutto, non riescono ad ottenere la green card neppure quando hanno conseguito alti livelli di professionalità, perché la concorrenza da tutti i paesi del mondo è agguerrita e spesso vincente.
Il sistema pensionistico brasiliano prevede solo una pensione minima (tra gli 80 e i 100 euro mensili), per giunta non concessa a tutti gli stranieri anche se regolarmente residenti, ivi compresi gli italiani, e il sistema sanitario pubblico presenta gravi lacune a differenza del costoso e per tanti aspetti irraggiungibile sistema privato.
In Venezuela circa l’80% degli interventi nel settore dell’assistenza sociale riguarda l’ambito sanitario e così si è proceduto alla definizione di un progetto di convenzione assicurativa collettiva per i cittadini indigenti.
I sette ospedali italiani operanti in Argentina dal 2004 si sono costituiti in “Alleanza degli ospedali italiani nel mondo” per abbattere i costi e riuscire ad essere più efficaci. Quando si pensa che le Regioni più grandi arrivano a spendere per i loro emigrati più di un milione di euro l’anno, è naturale l’auspicio di un loro maggior coordinamento destinato a favorire una maggiore efficacia.
In ogni modo, è vivamente sentito il bisogno di potenziamento della rete diplomatico-consolare italiana, che, pur essendo una delle più estese tra tutti i paesi occidentali, abbisogna di un consistente rafforzamento in sedi, personale e mezzi a disposizione.
Da diversi paesi dell’America Latina, e specialmente dall’Argentina, si riscontra un flusso di giovani di origine italiana che, dopo aver ottenuto la cittadinanza, si recano nell’Unione Europea, scegliendo però come meta privilegiata la Spagna. Questi flussi di ritorno, che ripetono il nostro esodo in senso inverso, andrebbero meglio inquadrati nelle loro notevoli virtualità per il sistema produttivo italiano.
L’imprenditoria degli italiani nel mondo
Secondo il Ministero per le Attività produttive sono 180.000 le imprese italiane che esportano i loro prodotti all’estero e, di queste, solo 850 hanno di più di 250 addetti.
Come risaputo, da molti anni il “Sistema Italia” perde punti nella graduatoria della competitività e questo in qualche modo rivela una internazionalizzazione a metà, che invece la valorizzazione di una presenza italiana così diffusa nel mondo potrebbe incrementare.
Perciò è stato auspicato che le realtà imprenditoriali che l’Italia promuove all’estero operino in più stretto contatto con gli imprenditori di origine italiana. Partendo dal basso, gli emigrati italiani sono riusciti a realizzare tanto e si impone un collegamento tra il prima e il dopo. Nella sessione dedicata all’internazionalizzazione dalla Seconda Conferenza permanente Stato-Regioni-Province Autonome-Cgie, tenutasi alla fine del 2005, lo stesso Consiglio Generale degli Italiani all’estero ha ricordato che le imprese dei connazionali all’estero sono 14.475 e impegnano 3.300.000 addetti per un fatturato di circa 200 milioni a impresa. Queste imprese sono di meno rispetto alle 23.000 associate ad Assocamerestero, perché le altre, pur essendo associate, sono promosse da cittadini del paese ospitante.
Un esempio significativo del dinamismo italiano sono le 2.500 gelaterie italiane in Germania, che costituiscono il 50% del totale delle gelaterie artigianali presenti sul territorio tedesco. In quel paese anche la ristorazione italiana è molto diffusa, promossa inizialmente non da professionisti del settore ma dagli stessi emigrati, spesso come secondo lavoro specialmente nel periodo d’oro negli anni ’60, complice l’attrazione del tutto nuova della cucina mediterranea. I tempi sono cambiati e ora questa imprenditoria dal basso è spesso in crisi per mancanza di nozioni organiche di gestione aziendale, disinteresse dei giovani a continuare quanto iniziato dai loro genitori e carenze di personale, per cui molte aziende stanno passando di mano: a Colonia, su 400 imprese di ristorazione italiana, neppure la metà appartiene più ad italiani.
Il Venezuela è un altro simpatico esempio da citare. Il paese è diventato il secondo al mondo, dopo l’Italia, per il maggior consumo di pasta pro capite e il nostro piatto ha sostituito la classica arepa di farina di mais, un tempo alimento nazionale. Anche la maggioranza dei calzaturifici venezuelani è in mano a persone di origine italiana. Il Venezuela è anche quel paese dove i sequestri colpiscono molti italiani, tant’è che il Ministero degli Affari Esteri ha pubblicato un manuale comportamentale ad uso dei cittadini italiani esposti al rischio di sequestro.
Imprenditorialità e italianità sono due termini che si possono coniugare fruttuosamente, con beneficio per le collettività all’estero e della stessa Italia, chiamata a superare i punti di impasse nel suo modello di sviluppo e la sua collocazione certo non brillante nella classifica della competitività (56° posto secondo il Word Competitvness Yearbook).
L’insegnamento dell’italiano e l’incontro tra le culture
È superfluo insistere sugli intrecci, con quelle locali, della lingua e della cultura italiana, di cui sono portatori i migranti.
In Argentina il 50% della popolazione è di origine italiana: il dialetto di Buenos Aires è il lunfardo, risultato dell’amalgama dei dialetti italiani con parole di origine araba e spagnola. Si legge in qualche libro, e forse la storia finisce per intrecciarsi con la leggenda, che lo stesso nome di Buenos Aires sia dovuto alla soddisfazione di un marinaio sardo che, sbarcato fortunosamente insieme all’equipaggio, ringraziò in tal modo la “Madonna di Bonaria” venerata in un famoso santuario di Cagliari.
Nelle scuole venezuelane la lingua italiana è materia curriculare, inserita nell’orario scolastico a seguito di una decisione governativa dell’agosto del 2000.
In Uruguay, dove il 40% dei 3.300.000 abitanti discende da italiani, la lingua italiana viene insegnata ai parlamentari dalla Società Dante Alighieri.
In Cile operano sei scuole italiane, rivolte a 4.000 alunni, che si sono associate in una Federazione al fine di ottimizzare i loro servizi ed essere in grado di omologarsi con il sistema educativo italiano. È la prima iniziativa del genere svolta in paesi di forte immigrazione.
In Brasile sarebbero 31 milioni i discendenti da famiglie italiane. Molto diffuso sul posto è il talian, una “lingua” nata dal mescolarsi dei vari dialetti settentrionali col portoghese.
Spostandoci in Africa, riscontriamo che l’italiano si insegna in 20 licei e 7 università del Marocco e, in forza della cooperazione attivata con l’università di Bologna nel 1991, sono stati formati 21 docenti marocchini di lingua italiana ed è stato avviato dal 2001 un Dipartimento di Italianistica presso l’Università Mohammed V di Rabat.
Nel 2005 è intervenuto un importante accordo per l’insegnamento della lingua italiana in 500 scuole degli Usa, facilitato dal fatto che molti sindaci statunitensi sono di origine italiana. L’italiano è entrato così a far parte delle lingue dell’Advanced Placement Program. Questo significa che gli studenti dell’ultimo anno di liceo che frequentano una classe di italiano, se decidono di iscriversi ad una facoltà universitaria in cui la lingua italiana è compresa tra gli insegnamenti universitari, possono ottenere significativi sconti tanto sul piano economico che su quello del carico di lavoro. Senz’altro, come attestato anche da questo recente accordo, negli Stati Uniti è aumentato l’interesse alla lingua e alla cultura italiana, non solo come lingua veicolare ma anche nel campo degli studi letterari, e sono 60.000 i ragazzi statunitensi che studiano l’italiano, di cui la metà nello Stato di New York e nel Connecticut.
Non sempre le cose vanno nel senso positivo: molti Laender della Germania, animati anche dall’intenzione di insistere maggiormente sull’integrazione in loco, sono intenzionati a chiudere o hanno già chiuso i corsi di lingua e cultura straniera finora gestiti in applicazione della direttiva Cee n. 46 del 25 luglio 1977. Sarà questo un duro colpo alla situazione dell’istruzione degli italiani n Germania, già severamente pregiudicata per quanto concerne la riuscita rispetto agli immigrati di altre nazionalità. Sarebbe comunque sbagliato vedere la situazione scolastica degli italiani in terra tedesca solo nei suoi aspetti negativi. La scuola italo-tedesca di Wolsfsburg, infatti, con i suoi 534 studenti, è un esempio ben riuscito delle iniziative interculturali rivolte a italiani, tedeschi e immigrati di altre nazionalità. Nel
Sempre per quanto riguarda invece l’incontro delle culture, si riscontra anche una sorta di effetto di ritorno: in Puglia, ad esempio, si possono trovare diverse piazze e scuole dedicate a Bolivar e altre dai nomi esotici facilmente riconducibili al Venezuela, e così anche in altre parti d’Italia. Uno scambio è avvenuto anche a livello profondo, e cioè di mentalità. Anziché sorprenderci quando nei sondaggi gli italiani mostrano un elevato tasso di europeismo, bisognerebbe pensare ai numerosi connazionali andati a lavorare in Europa nel dopoguerra e all’impatto esercitato su di loro dalla vita vissuta con gli altri cittadini degli Stati membri, senza dimenticare poi che i migranti italiani sono quelli che hanno goduto maggiormente dei benefici della libera circolazione della manodopera e dei relativi regolamenti per la sicurezza sociale dei migranti.
Per l’italianità necessario un maggiore impegno strutturale
Il personale degli Istituti Italiani di Cultura all’estero comprende 150 persone tra direttori e addetti: una persona e mezza per struttura, spesso con problemi finanziari anche per quanto riguarda le ristrutturazioni degli ambienti. Le difficoltà economiche sono un limite ricorrente e spesso mortificante della capacità progettuale. Nel 2005, solo dopo una chiusura di tre anni, l’Istituto Italiano di Cultura ha riaperto a Buenos Aires una biblioteca intitolata a Benedetto Croce con ben 36.000 volumi. A Lisbona nel 2006, dopo una pausa più lunga di ben 12 anni, si è riusciti a far rinascere la storica rivista Estudios Italianos em Portugal, pubblicata dal locale Istituto Italiano di Cultura.
Non mancano, comunque, le iniziative seppure con diversa intensità a seconda dei paesi di insediamento. A Berlino, a fine marzo 2006, presso i locali dell’Istituto Italiano di Cultura locale, è stata realizzata una versione itinerante della prima grande mostra sulla storia della lingua italiana (Dove il sì suona. Gli italiani e la loro lingua), già allestita con successo di pubblico a Firenze, Tirana e Zurigo. Si tratta di un impegno, da continuare, per presentare la lingua italiana come espressione di cultura che continua nella vita quotidiana, nei film, nelle radio, nella televisione, negli scambi.
Purtroppo è difficile conseguire un’affermazione significativa e far sì che l’italiano non rimanga solo una lingua di nicchia. Un’indagine condotta dall’Istituto Ipsos su un campione di 2.000 persone e pubblicata nell’Annuario della Società Dante Alighieri (Il mondo in Italiano. Analisi e tendenze sulla diffusione della lingua italiana, 2005), presenta come opere più significative dell’identità culturale italiana
Diversi tra gli inconvenienti lamentati vengono confermati anche in uno studio dell’Eurisko (2005) dove, a fronte di una crescente domanda di conoscenza della lingua e della cultura italiana, si riscontra che l’offerta non è organizzata in modo adeguato.
Sono in atto anche numerosi tentativi, imperniati sull’utilizzo delle nuove tecnologie, tra i quali citiamo il portale internet www.lombardinelmondo.org, realizzato nella Regione ma visitato da tutte le parti del mondo, e il programma Un ponte sull’oceano, realizzato da una stazione radiofonica di Partinico (Palermo) ma trasmesso anche dall’emittente statunitense Radio ICN (New York e altri tre Stati americani) con un seguito di circa 450.000 ascoltatori a puntata.
Anche se l’italiano è una lingua abbastanza studiata nel mondo, si impone la necessità di riformare legge 153 del 1971 sulla lingua e la cultura italiana all’estero, tenendo conto dei limiti riscontrati e delle nuove prospettive emerse, nella consapevolezza che investire maggiormente al riguardo significa promuovere il “Sistema Italia”: il conseguimento di questo obiettivo comporta anche un maggiore e più convinto collegamento con la presenza dei nostri emigrati all’estero, anch’essi espressione della nostra lingua e della nostra cultura.
Un’altra riforma urgente è quella di Rai international. Gli stessi giornalisti hanno minacciato (giugno 2006) di voler abbandonare la redazione per lo stato di totale abbandono in cui versa la testata, l’assenza di attenzione ai problemi più volte sollevati e la mancanza di proposte valide per potenziare l’informazione oltreoceano, per le quali bisogna prendere in considerazione anche le modalità tecniche di diffusione e la produzione di programmi culturalmente più efficaci, anche differenziandoli per aree geografiche.
Attivare un processo di sensibilizzazione
Il Rapporto Italiani nel Mondo 2006 è stato ideato per attivare un processo di sensibilizzazione, che impegni quanti sono rimasti in Italia ad arricchirsi attraverso una conoscenza diretta e veritiera della vita di quanti sono andati all’estero. La lunga permanenza all’estero ha portato i connazionali ad assimilare modelli molto avanzati di convivenza, che potrebbero tornare di grande utilità anche al funzionamento sociale e politico italiano, come peraltro hanno già sottolineato alcuni parlamentari italiani eletti nella circoscrizione estera.
A loro volta gli italiani all’estero e i paesi che li hanno accolti potranno conoscere di più l’Italia, il meglio del suo stile di vita e delle sue tradizioni, i progressi che ha fatto da quando era un paese di emigrazione povero fino a diventare uno dei paesi più industrializzati del mondo, per giunta con un grande fabbisogno di immigrati.
Quando si fa cenno all’emigrazione italiana nel mondo come ad una incommensurabile realtà, bisogna andare al di là delle parole ed entrare nel concreto delle cose. Ad esempio, alla luce delle 250 mila domande di riconoscimento della cittadinanza, che nel frattempo si sono accumulate, come va concepita la riforma della legge 91 del 1992?
Il Rapporto Italiani nel Mondo non pretende di essere la soluzione dei problemi, ma si propone solo come un sussidio conoscitivo per entrare nel merito delle questioni in maniera non superficiale e sulla base di dati attendibili.-